Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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sabato 7 dicembre 2013

Ugo Piscopo ◊ Dialogo (quasi) a bocca chiusa con Pietro Terminelli e Ignazio Apolloni




Tuttavia. Dialogo (quasi) a bocca chiusa

Dicono i grammatici normativi che i verbi sono di due tipi: transitivi e intransitivi.
L’esperienza dice diversamente: che quasi tutti i verbi (e la verbalità) sono intransitivi.
Tali, ad esempio, parlare, insegnare, educare, scrivere & co.
Esistono anche i verbi transitivi, certamente: ma trattasi di eccezioni. Che, in quanto tali, confermano la regola. Tali, ad esempio, tacere, ricordare, ascoltare-realmente, inventariare, analizzare, interpretare, pazientare certosinamente e attendere. Non Godot, ma il sottrarsi del senso delle vicende.
Perché queste sono in quanto sono, ma essendo, immediatamente si rovesciano nel dicibile, che è interfaccia dell’indicibile.
Intanto, veniamo a noi. Sono legittimato, nei confronti di antigruppo, a parlare di noi, come sottolineavano gli espressionisti tedeschi criticamente attestati sul versante del wir sind – wir waren. Ma posso dire di noi pressoché come un testimone auricolare in materia di quanto egli abbia potuto sentire o gli sia stato fatto sentire.
Comunque, anche la condizione di testimone non è casuale, come sostengono gli psicosomatici. Uno non si trova mai senza un suo consenso profondo in un luogo, in/presso un accadimento.
Perciò vengo ai fatti. Che sono di collusione ideale e un po’ anche materiale: partim et passim.
Non ricordo più come ci conoscemmo. Se ci fu uno che ci presentasse, perché è nel codice antropologico che ci sia sempre qualcuno che faccia da anello d’interpretazione e da garante. O se fu lui una sera a chiamarmi da Palermo e ad avviare una di quelle filippiche che non finiscono mai, ma proprio non finiscono mai. La notte avanzava e lui continuava, fieramente, sempre più incalzantemente.
Progressivamente la telefonata mi intrigava, mi strappava il consenso. La voce dell’interlocutore, ovvero dell’oratore si identificava a mano a mano con quella di un gruppo o, meglio, di una città. Era Palermo che parlava in un italiano dalle forti inflessioni palermitane, ma con sue ragioni vigorose, con icasticità etiche che venivano disoccultando mistificazioni e disvalori, che chi viveva a Napoli, in maniera partecipata come me, non poteva non capire.
Non solo Palermo s’era messa a parlare a Napoli, in uno sfogo più che plausibile fra due capitali del malessere e delle contraddizioni nazionali, ma a Palermo un po’ ci abitavo.
Lì ho avuto l’editore a me più caro, nel cui catalogo egli mi ha consentito generosamente di occupare per decenni uno spazio di ampio respiro. Per sovrappiù, per chi come noi di quel tempo sapeva che la rivoluzione era all’angolo e che era ineludibile entrare nel cambiamento sull’onda delle insopprimibili attese del Sud, non poteva non saldarsi una solidarietà intellettuale meridionalmente magmatica.
Chi era questo impetuoso e coinvolgente animatore di passione? Chi poteva essere, se non il poeta di Antigruppo impegnato programmaticamente nell’antagonismo e totalmente vocato alla mimesi dell’antitesi che assume il vissuto e la microstoria a esemplificazione delle storture universali?
Era Pietro Terminelli in persona.
In quel periodo, era la fine degli anni Sessanta, per parte mia mangiavo anti e letteratura, anti e politica, anti e giornalismo, anti e scuola. Davo consenso senza riserve ad “Ant ed” di Sebastiano Vassalli. E quando i carabinieri andarono a casa sua a fare accertamenti su quel foglio, io gli scrissi prontamente che ero disposto a trasferire a Napoli l’iniziativa. Nel campo delle ricerche letterarie stavo lavorando alla prima monografia, che vide la luce presso Mursia a Milano nel 1973, dedicata a Alberto Savinio, un geniale eccitatore del nuovo sul filo di uno straniante umorismo e di un’inquietudine scarnificante e spietata verso le certezze di comodo.
Poco tempo dopo quella prima interminabile telefonata, Pietro venne a trovarmi a Napoli e fu ospite per un giorno a casa mia. I miei figli a tavola si divertirono immensamente ad ascoltarlo e se ne impressero nella memoria gesti, gutturalità, impasti fonici e per anni li riprodussero in enfatica teatralità. Ancora adesso, il più piccolo, che ha un forte senso della plasticità ed è cresciuto, se ne ricorda e induce un sorriso complice nella madre. È il segno che era un personaggio scenograficamente, cioè anche scenograficamente, non insignificante.
Pietro mi aveva portato in dono fogli, tracciati, antologie, fascicoli pubblicati nella rivista. Mi parlò di tanti amici e nemici. Io cercavo di appuntarmi mentalmente quelli che ricorrevano più frequentemente nel bene e nel male.
Cercavo anche di farmi un’idea precisa della situazione. Capii, così che il discorso si alimentava di fortissime tensioni. Notai con piacere che tutti gli attori erano impegnati allo spasimo a marcare la propria identità e a farla riconoscere anche fuori dell’isola, a Firenze, a Napoli, altrove. Fuori dell’isola, però, si muovevano e allacciavano cinghie di trasmissioni di relazionalità e di circolazione di idee essenzialmente due Dioscuri. Uno era naturalmente Pietro in persona. L’altro era Ignazio Apolloni.
Michele Perriera
      Il romboide 
             Prova d'Autore
            Catania 2007
Quando volli conoscere più in dettaglio i rapporti che erano stati stabiliti con quelli della “scuola di Palermo” (Di Marco, Perriera, Testa), Terminelli reagì come a una provocazione. Nell’ottobre del 1963 dovevo essere anch’io a Palermo nella conta e nell’unzione dei catecumeni.
Conservo ancora una cartolina d’invito di Luciano Anceschi: “Ci vediamo in ottobre a Palermo”. Dove, poi, non andai. Ma con Anceschi non cessarono i rapporti. E parlammo anche dei siciliani. Per Pietro fu come se avessi nominato un gruppo satanico o giù di lì. Esplose in scongiuri, formule apotropaiche, denunzie, denunzie, denunzie. Nel positivo e nel propositivo, intanto, mi veniva significando che la letteratura non è finzione, non compromissione, non calcolo, ma solo, se è viva e autentica, equazione e simbiosi di incandescente eticità e di espressione di antitesi. Si veniva anche appoggiando ad argomenti ovvero a tesi classiche del materialismo dialettico, ma più lo confortava a procedere nella tensione ideale l’esempio dei poeti dei nostri giorni.
Quando si imbarcò sul traghetto per Palermo in serata, Pietro si portava soddisfatto in Sicilia (nell’ideale carniere) il mio consenso, la mia simpatia, dei miei versi da pubblicare e che mi pubblicò sulla rivista.
Seguirono scambi di lettere, telefonate, altre visite di Pietro a casa mia. L’ultima volta venne a trovarmi in compagnia di Ciro Vitiello, quando si stava per lanciare “L’involucro”.
La cover de "L'involucro" n.3: la redazione era composta,
oltre che da Ciro Vitiello e Pietro Terminelli,
anche da Domenico Cara e V.S.Gaudio

Intanto, si era venuto stringendo un dialogo anche con Ignazio Apolloni, ma più cool, più squisitamente letterario. Ignazio aveva cominciato a inviarmi in regalo i suoi libri-oggetto, sketch-poesie e provocazioni di sinestesie del linguaggio iconico e di quello verbale. Ne seguivo lo svolgimento, osservando concordanze futuriste e audaci contattazioni del fumetto e del cinema.
Ma improvvisamente un giorno mi scrisse una letteraccia, lunga, articolata, con tutti gli spazi bianchi occupati. Aveva acquistato e letto un mio libro, Novecento e tradizione, dove io cercavo di analizzare il sorgere e l’affermarsi della tradizione del nuovo nella poesia italiana del XX secolo. Era la seconda edizione di tracciati di un ciclo di mie conferenze tenute a metà degli anni Sessanta all’Istituto Italiano di Cultura di Tripoli.
Ignazio mi accusava di integrazione nel sistema e mi disconosceva come amico e compagno di strada, di svendita dell’ “anti”. Per lui passato presente e futuro andavano giudicati unicamente secondo la legge della nostra irriducibilità all’ordine costituito, che era l’irriducibilità tout court.
Gli risposi con delle precisazioni e distinzioni storiche e filologiche. Ma credo che la risposta non gli facesse né caldo né freddo perché non me ne dette riscontro. A lui bastava aver segnalato all’amico la caduta di impegno ed essersi sfogato. Le sue incazzature sono eventi: hanno una nicchia in quel momento e in quello spazio, poi vengono affidati a se stessi. “Chi vivrà vedrà”, dice loro Apolloni e va appresso a cercare altre nicchie da riempire con la sua insopprimibile tensione creativa e con la sua follia.
Sostiene Pirandello che dentro ognuno batte una corda pazza. Io credo che dentro Apolloni batta più di una corda pazza. Così, l’originalità è assicurata.
Originale, Apolloni è originalissimo. Non sto a tracciarne un profilo, per rispetto della natura della nota. Ma qualche glossa almeno va apposta sulla presente stagione.
La quale continua a mantenere fede, molto generosamente, alla poetica dell’”anti” sottoscritta coralmente nel gruppo negli anni Sessanta.
L’indocilità non solo all’aulico, al curiale, all’accademico, ma anche al confortevole e al gradevole che tanto spesso si coagula e gratifica autori e fruitori della comunicazione media e perfino di quella bassa e degradata, dove non manca chi si rifugi per dileggio delle misure e convenzioni alte, produce sciami sismici di annichilimento di tentativi e tentazioni di addomesticamento alla cosa immonda che è il sistema. Il non senso si compiace di appostarsi fin dall’inizio per poi fare sberleffi al lettore nel corso dei lavori o alla fine degli stessi, ridendo della sua ingenuità a non essersene accorto da subito. Il divertimento, di etimo palazzeschiano, che pertanto rivendica il diritto sia di scollegarsi aprioristicamente da implicazioni ideologiche e moralistche, sia di aggirarsi in allegria intorno a ogni spunto o pretesto ludico, scompiglia e sconvolge le trame supposte o supponibili delle vicende.
Questo è oggi come ieri, anzi forse più di ieri, perché Apolloni, col passar del tempo, rende ancor più lieve e giocosa la disponibilità all’avventura ideale (e forse anche esistenziale). Perché appartiene alla razza di quelli che nascono non per restare giovani, ma per essere ogni momento, in ogni prova, giovani sempre.
Ma il gioco, oggi, è per lo scrittore molto più sottile di prima e i veleni che egli dissemina nel suo fare sono molto più insidiosi e tenaci. La strategia stessa della poiesis è più astuta, potendosi Apolloni giovare del dialogo che viene intrattenendo con dei volponi della letteratura come Gramigna e Finzi.
Il segno più tangibile degli acquisti coscienziali sul versante della mimesi è nell’opzione, che non possiamo dire definitiva, perché niente è definitivo nella storia e tanto meno per il nostro Ignazio, per la narrativa, che è sempre acuminatamente “anti”, ma che in questi ultimi anni è sempre più pervasa come attività fondamentale e fondamentalmente verbale, anche se sollecitata da tecniche verbali dei nuovi media, dal cartoon alla tv e al computer. Sembra proprio che Apolloni finalmente si sia deciso a prendere cittadinanza, ma anche residenza, nel romanzo, nella novella, nella favola.
Ma vediamo quali scherzi perversi egli continua a fare a danno (ma anche a vantaggio) delle istituzioni letterarie.
Partiamo dalla favola, che a un siciliano riesce spontanea, perché “discende per li rami”.
La predisposizione sorgiva alla fabulazione e alla favolistica non cerca, in Apolloni, contaminazioni con l’esotico e la sensualità mediterranea e saracena, come ad esempio in Bonaviri (anche lui siciliano, non a caso). L’autore non si lascia implicare né antropologicamente, né sociologicamente, né subliminarmente.
Egli è deciso a servirsene, perché è venuto scoprendo che in tale inclinazione possiede una risorsa decisiva. Ma stabilisce di servirsene senza compiacimenti, al di là degli schemi, perché non può farne a meno.
Modernamente, cioè in senso innovatore e sperimentale insieme, va a saggiare le possibilità della favola prima nell’avvicinamento delle punte con il fumetto alla Charles Schulz, alla Johnny Hart (l’autore di B.C.), alla moda di Al Capp.
Successivamente, dopo e durante frequentazioni delle “anime” giapponesi e di Tiziano Sclavi, rilancia la favola e il racconto per i giovanissimi con provocazioni nichilistiche.
Il ricorso alla favola è strumentale apertamente alla registrazione della morte della stessa.
Si apra a caso una pagina di Capellino (1991), la prova più impegnativa e significativa di Apolloni nella narrativa per ragazzi, e si troveranno a iosa periodi lunghi, addensarsi di materiale semantico non tarato sulle capacita d’intelligenza (e di suggestione) di chi è in fase di sviluppo, rinvii a esperienze letterarie e artistiche sofisticate della modernità, riporti linguistici da milieu sociali e culturali raffinati. In pratica la favola c’e ma solo promessa, allusa, appena suggerita. Essa si cerca come fruitore non il bambino o il ragazzo vero, ma l’adulto mentalmente maturo e vaccinato ai mali della vita e agli scherzi del linguaggio, in cui tuttavia abiti l’albale innocenza degli inizi.
Ignazio Apolloni
Capellino
introduzione di Stefano Lanuzza
Edizioni Intergruppo-Singlossie
Palermo 1991
Questo lettore in Capellino troverà deliziose occasioni di sognare a occhi aperti e riscoprire il piacere dell’invenzione e dell’intrigo. Analogo pubblico cercava Mozart per le sue favole settecentesche o Ciajkovskij con Il lago dei Cigni e lo Schiaccianoci.
Ironia, svuotamento dall’interno di ogni contenutismo narrativo, trasgressione, giuoco crudele al massacro delle convenzioni, ma intrisi di brio creativo, animano egualmente le opere non favolistiche.
Gilberte (1994), ad esempio, un libro di 563 pagine, è un romanzo anti-inter-meta. Come acutamente osserva Gilberto Finzi, in esso, “come in una lezione del grande Lacan, il testo sa molto di più di quanto non sappia il suo autore”. La complessa, intrigata, sfaldata vicenda rappresentata implode in mimesi del caos che incombe e circola non solo sul mondo contemporaneo, ma sul mondo in sé e si fenomenizza nell’avvolgente, gratuita narratività, anonima eterna, dettata da una “bouche d’ombre”.
Ignazio Apolloni
GILBERTE
Edizioni Novecento
Palermo 1994
Ormai, l’accettazione di trovarsi e guardarsi nella letteratura come specchio della realtà e intersezione della stessa, è piena. La sottoscrizione è in Racconti patafisici e pantagruelici (2000). Qui tutto il gusto dello scherzo e dello scherno è avvolto nella consapevolezza che in questione non è solo il fantasma dell’oggetto, ma il destino stesso di chi parla insieme con quello del corpo della parola.
È un punto alto toccato da Apolloni. Forse il più alto e persuasivo. Ma un punto anche di approdo dell’agonismo di Antigruppo-Intergruppo.
Ugo Piscopo
Napoli, novembre 2001

L'involucro n.3 : seconda di copertina 
Pietro TerminelliIl dissenso della letteratura