Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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domenica 2 febbraio 2014

░ Il biglietto e l'esecutrice testamentaria dell'abuso

&Il biglietto e la posizione della mula
by Gaudio Malaguzzi


Nella biblioteca universitaria di Salisburgo quel  bibliotecario impiccatosi al grande lampadario della grande sala di lettura, come narra in “Due biglietti” Thomas Bernhard[i], mi fa pensare al fatto che, a memoria d’uomo, non c’è mai stato nessun bibliotecario che si sia impiccato al grande lampadario della grande sala di lettura di una biblioteca universitaria del sud Italia, né che il triste epilogo sia stato messo in atto in una grande sala di lettura di una biblioteca comunale o nazionale. Figuriamoci, poi, se il bibliotecario al sud lasciava un biglietto, e , pensate un po’ se fosse stato mai possibile che nel biglietto ci fosse scritto che non ce la faceva più a mettere in ordine e dare in prestito tanti libri scritti solamente per provocare disastri, col che intendeva riferirsi a tutti i libri che sono stati scritti da che mondo è mondo, quantunque, come è stato acclarato, nel sud di quella nazione  dell’amore e della tares e dell’imu, mancasse in più di una procura della repubblica l’ufficio deposito degli esemplari d’obbligo, tanto che ognuno poteva stampare e pubblicare quel che voleva, non ce n’era registrazione legale, e quindi non poteva provocare disastri. Questo mi ha fatto venire in mente, non il fratello di mio nonno, o anche, visto che aveva tolto il cognome di famiglia a mio nonno, senza aver scritto alcun biglietto né essersi appeso al grande lampadario che, sicuramente, c’era nella casa di famiglia che aveva tolto a mio nonno e che aveva fatto occupare dai suoi figli, prima, e dalle loro mogli, fratelli e sorelle , dopo. A Thomas Bernhard, il fatto dell’impiccato al lampadario della biblioteca fece venire in mente il fratello del nonno che era guardacaccia ad Altentann e si era sparato un colpo di fucile in cima allo Zifanken perché non era più in grado di sopportare l’infelicità umana, e anche lui aveva  scritto un biglietto. Anche mia suocera aveva scritto un biglietto, stando a quanto asserirono le figlie, che, per cercare, per più giorni, nella cristalliera, nello stipo della cucina, nel mobile della radio, nella macchina per cucire, dove cazzo avesse messo 300 mila lire, che, a conti fatti, da loro, mancavano alla lotteria vinta, invece , come i peggiori prestidigitatori dell’avanspettacolo, tirarono fuori un biglietto, così fecero, della de cuius, a loro dire, e dissero che lì c’era scritto che sopra la pietra, nel pantano, dove fu fatta morire, sopra, quello che c’era l’avevano costruito due figlie, una ammogliatasi subito dopo, appena dovette il poeta sposare la figlia piccola ingravidata, e l’altra, nubile in assoluto, devota e servitrice di famiglie sconosciute per lustri e lustri, e che ciò che era in violazione dell’articolo relativo del codice civile, stando all’intenzione di queste altre sorelle che avevano rinvenuto il biglietto, e per farlo, si mettevano sempre nella posizione della mula, in direzione del poeta intento a leggere quel libro  di Kundera in cui nel titolo c’è  stranamente il sintagma nominale “testamenti traditi”, cosicché mentre questi leggeva, la donna faceva finta o la faceva per davvero di tirare l’erba con le mani, e intanto mostrava l’arco ogivale delle ginocchia e il possente deretano di mula al poeta, che, è questo che ricordo, non era in grado di sopportare, anche lui, l’infelicità umana ma che un gran culo, da che mondo è mondo, quanti libri di Kundera ti farà leggere(se non altro anche quello della lentezza,visto come l'ha tirata lenta la mula per più giorni prima di porre fine al posizionarsi mostrando il biglietto) senza che, per questo, per arrivare al gaudio, lui, il poeta-lettore, vada ad impiccarsi al grande lampadario nel grande atrio della casa di famiglia che era stata sottratta al nonno.




[i] Contenuto in: T.B., L’imitatore di voci, © 1978 ; trad.it. Adelphi, Milano 1987.