Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

SHUMILLA.

SHUMILLA.
SHUMILLA. I nuovi oggetti d’amore in Uh Magazine

martedì 22 luglio 2014

DNA il nuovo giocattolo a molla di Ignazio Apolloni│Franca Alaimo

…la scienza potrà manipolare il DNA per renderlo più adatto alla convivenza civile con valori morali che traggano origine dall’etica aristotelica fino  a quella hegeliana rifiutando qualsiasi influenza o ingerenza di carattere metafisico o teologico:  così  viene esposta a pagina 61 del romanzo DNA[i] l’idea  per la quale si batte il protagonista Gustav von Clausewitz, forgiato dall’autore Ignazio Apolloni a sua immagine e somiglianza; al punto che, attraverso la vita e la tempra intellettuale del personaggio, è possibile conoscere quelle dello stesso autore, che, nato in un ambiente provinciale,  ma apertosi alla variegata scena culturale del mondo attraverso l’amore per i viaggi e l’arte,  ad un certo punto della propria esistenza, si converte agli studi scientifici e se ne lascia coinvolgere in modo quasi ossessivo, scoprendo quali meraviglie per la società umana potrebbero scaturire dallo studio del DNA e da una sua successiva manipolazione per estirpare la radice del male da ogni uomo.
Rimando a dopo le molte riflessioni che una tale tesi comporta per passare, invece, a qualche considerazione di natura letteraria, visto che di un libro si parla e, quindi, di una forma di scrittura. Apolloni ci ha abituato alla disobbedienza ai generi letterari e non poteva smentire se stesso neanche questa volta: infatti, si fa fatica a considerare questo suo ultimo lavoro un romanzo:  manca un vero e proprio plot,  gli altri personaggi sono del tutto secondari allo svolgimento dell’idea che muove il protagonista e sembrano piuttosto concretizzare narrativamente  l’urto fra il vecchio e il nuovo Gustav. Che cosa ha, dunque, tra le mani il lettore? Azzardo una definizione: un saggio romanzato. E  ipotizzo perfino che  con esso l’autore abbia inteso portare avanti, secondo un diverso progetto di scrittura,  l’enorme lavoro saggistico dell’intellettuale siciliana Vira Fabra,  musa e compagna di Apolloni, raccolto  nell’opera postuma: “Cartesio un filosofo da amare”. Fatto sta che  Vira come Ignazio hanno posto al centro del loro laboratorio mentale l’ottimismo della ragione, la prima rendendo omaggio al filosofo Cartesio ed ai suoi seguaci, il secondo, oltre che ai filosofi della ratio, agli scienziati che attraverso lo studio del DNA aprono prospettive dalla portata inimmaginabile per il futuro della razza umana.
Ad un certo punto del romanzo, però, Gustav cede quasi del tutto posto allo scrittore Ignazio Apolloni, che si chiede dopo il suo grande entusiasmo per la  “conversione scientifica” da che parte debba stare, e cioè se incorporare l’una o l’altra delle tendenze estetiche rappresentate da quelle opere in cui si stanno posando i suoi occhi e la sua mente, senza tuttavia trascurare quella spinta emotiva – più che razionale – che l’ha indotto ad occuparsi di scienza; di quella parte della scienza che ha per obiettivo una migliore qualità dell’uomo del futuro. Infatti, Ignazio non può rinnegare la sua vocazione alla scrittura e certamente la risposta concreta ad un dubbio di tale portata è proprio questo romanzo, o, meglio, come già l’ho definito, saggio romanzato. E, inoltre, proprio questa sua ennesima invenzione letteraria potrebbe rappresentare l’aspirazione ad una nuova figura d’intellettuale a tutto tondo, che non dovrebbe escludere nessuna branca del sapere dai suoi interessi per una sorta di Futuro Rinascimento dell’Uomo.
Gustav, da tanto tempo immerso in una pigra esistenza borghese,  finisce, infatti, con l’aprirsi al piacere estetico delle arti ( specialmente il cinema, l’arte figurativa, la musica), alla storia dei diversi popoli, alla geografia, alle scienze, come la medicina, l’astronomia, la sociologia. Ed Ignazio, nel suo riaffermare la vocazione alla scrittura, ribadisce il diritto ad un pensiero libero, onnivoro, autonomo, capace di rielaborare una nuova Etica, sganciata da ogni influenza metafisica e teologica,  ma fondata esclusivamente su un’idea laica, sociale, “genetica” del Bene.
Christina Aguilera 
festeggia 
il suo compleanno
travestendosi 
da Alex de Large 
di Arancia Meccanica
Ma, a questo punto, è difficile sottrarsi alle riflessioni personali. Ovviamente non mi appello alle mie  convinzioni religiose, perché comprendo benissimo che tale arma sarebbe non solo inefficace, ma del  tutto erronea a sostenere un dialogo alla pari con l’autore. Mi pongo solo, sotto il profilo laico, il problema della libertà come diritto dell’individuo ad una scelta. Immagino che Apolloni abbia visto un  “vecchio” film, che fa parte ormai del cinema cult, che è Arancia meccanica di Stanley Kubrick; in merito al quale il saggista Burgess scrisse che una creatura che può fare solo il bene o il male, ha l’apparenza di un bel frutto colorato e saporito, ma che interiormente è solo un giocattolo a molla, che può essere caricato da chiunque.  E così, stando all’utopia di questo romanzo, il giocattolo-uomo, invece di essere caricato dallo Stato o da Dio, in cui per sua libera e rispettabilissima scelta l’autore non crede, finirebbe con l’essere caricato dalla Scienza. E’ vero che il fine dell’operazione del DNA sarebbe buono ed utile, ma io provo un certo fastidio nell’immaginare una specie di castrazione obbligatoria universale, anche se oggetto di tale operazione sarebbe il male. Difendo il male per difendere il bene, difendo il male per difendere il libero arbitrio, difendo il male affinché l’uomo trovi da solo, per convinzione e non per castrazione, la via del bene sociale secondo un  libero percorso individuale.  E, inoltre, pur estirpando il male dall’uomo, non resterebbe il male degli elementi della Natura, degli animali  e delle cose stesse, spesso apportatrici di malattie e di morte?  Che ne faremo di tutto questo male, come lo debelleremo? Mi trova d’accordo Ignazio, però, in un intervento mirato soltanto ad eliminare le malattie scritte nel DNA, poiché esse davvero ostacolano la libera crescita dell’uomo e il suo naturale diritto alla felicità. 
Il dna del gaudio non è pigmeo ? E tuttavia come negare in toto l’utopia di Ignazio se la nutro anch’io, ma sognandone un’altra via di realizzazione? Caro Ignazio, hai fatto bene a  concludere il romanzo con la curiosa e spesso esilarante storia dei Pigmei, dove ritrovo tutto il tuo humour, il gusto dell’invenzione lessicale, lo sfasamento spazio-temporale e la fantasia, così che, leggendolo, mi sono dimenticata di Gustav. Però mi sono chiesta: che diavolo ci sta fare questa storia alla fine del tuo libro? Che cosa vuoi dire al lettore? Che gli uomini sarebbero rimasti dei pigmei senza l’apporto della scienza?  Oppure la tesi opposta, che sembra deducibile da qualche passo, che in fondo gli uomini erano più felici quando vivevano in uno stato primitivo? O, ancora, che siamo ancora tutti dei pigmei di fronte al mistero di un universo in continua espansione, di fronte all’incredibile mutamento dell’umanità promesso dalla Scienza? A me, te lo confesso, è piaciuto vedere crescere questi pigmei centimetro dopo centimetro, lottando, commettendo e subendo male, facendo e ricevendo bene, ingegnandosi, inventando, cambiando,  del tutto liberi di agire, persuasi della necessità d’ogni cosa: dai babbuini alle foto scattate loro ante-litteram. Che poi ci sia anche una stoccata al potere, di questo, sì, mi sono avveduta. Ed ho pensato anche che, se mutasse il modo di esercitare il potere politico, la società già starebbe meglio e sarebbe più buona.
by Franca Alaimo