Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

SHUMILLA.

SHUMILLA.
SHUMILLA. I nuovi oggetti d’amore in Uh Magazine

lunedì 8 dicembre 2014

♫ Zaz│Jëvù Bonheur

Jëvù [=fr. Jevou]e Zazzen.
Come pronuncia “je veux”, Zaz dice quasi “” , come se fosse in italiano la prima consonante del mio acronimo, e poi cosa c’è là dentro? Bonheur! Che, manco a dirlo, sapete tutti cos’è, è semplicemente il “Gaudio” di Camus. Chi fu che tradusse il “Bonheur” di Camus con “Gaudio”? Nessuno. Zaz mi vendica. Jë Vù Bonheur! Oh, elastica Zaz, anche tu dentro l’elastico di Mia Nonna dello Zen, non foss’altro perché sei Zaz, che, tirato dall’altro capo, sei sempre Zaz, oh, elastica fanciulla del “Jëvù” , come se fosse le Jésuve di Bataille, a cui quel poeta che sarei fece correlare l’Enzuvë, che, ci vuole poco a capirlo, con Zaz è tutto un plastico ‘nzuzù o zanzuvë  se non ‘nzuzaz.
Sì, d’accordo, c’è Zaz che si impiglia con “Zoze”, che stando a “zozoter” sarebbe connesso a “zézayer”, che è lo schema verbale di chi ha una pronuncia bisciola, perciò voi dite fa la bisciola con “Jëvù”, sempre che non si vada per assonanza a “zazou”[che, come fanno dire ne ilBoch a Simone de Beauvoir, era termine onomatopeico che indicava durante la seconda guerra mondiale quei giovani appassionati di jazz], che è “gagà”, “stravagante”, “scentrato”; tanto che, così messa, “Zaz”, senza “ou”, che fa l’elastico con “Vù”, l’elasticità di Zaz è come se fosse l’elasticità di Bonheur, di Gaudio, non è considerato il poeta “strampalato”, “stravagante” e del tutto “zazou”?
Mi ricorda lo zazen che faceva Mia Nonna nel dojo del Giardino dell’Arancia, faccio zazen, mi disse una volta, notte calma e tranquilla, nessun suono, nessun rumore, il silenzio; io pensavo: nel giardino dell’arancia, la monaca fa zazen, nel cuore della notte, una bella luna, l’asino che guarda nel pozzo, l’acqua nel pozzo e l’acqua guarda l’asino. Durante zazen, le sozzure del mondo, anche se ti piovono addosso, non possono colpirti, al disopra delle nuvole, adesso  c’è Zaz che canta con il suo schema zézayer, lei diviene me, io divengo lei, zanzuviamo, io “enzuve” (detto e scritto alla francese)  Zaz, Zaz zezave il poeta dell’Enzuvë; nel Giardino dell’Arancia, la monaca Mia Nonna non fa zazen, ci sono i cavalli degli zingari, si riposano come se fossero le vacche argentine di Mio Nonno. Paesaggio tranquillo. Chissà quando il Corpo forestale quel Giardino che fu lo porrà sotto sequestro non fosse altro perché il Bonheur  lì non c’è più. Davvero, Nonna, è tutto così elastico?


La pienezza del “bonheur” di Camus, che compete anche al poeta, che è ancor più assurdo di qualsiasi altro uomo assurdo, proclamando l’assurdo di Jëvù Bonheur, zézaye anche il poeta il suo gaudio, anzi Zaz va a finire che mi si impone con la forza ineluttabile del destino, il suo schema verbale che bisciola il bonheur con tutto l’artificio dello Jëvù che è inseparabile dal Bonheur e perciò dal Gaudio; farò zazzen nell’indifferenza del reale e nell’etica della quantità (del mio oggetto “a” che s’è messo a esser bisciolo).