Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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venerdì 27 febbraio 2015

Il canto di Nina Simone♫

Nina che non ha il nome di Eunice dentro l’Esserci del suo animus

L’altro giorno ho ascoltato Nina Simone in questi due trattamenti differenti della stessa canzoneAin’t Got No…I’ve Got Life e durante la passeggiata di mezzogiorno ho poi avuto ancora dei pensieri morbosi. Che cosa c’è  nel modo di cantare e nella voce di questa cantante che mi turba tanto?
Probabilmente la compattezza mesomorfa della sua morfologia, o quel muso che aveva, che hanno un po’ tutte le donne con Saturno che sorge o l’Ascendente è in Acquario e per lei valeva la doppia valenza. C’è quel Melnick che dice che l’anima è immortale e continua a vivere anche dopo la separazione dal corpo, che, per una  cantante come Nina Simone, è fondamentalmente vero, anche perché quel che si dava come assetto morfologico e Dasein di quella cantante componeva una sorta di sostantivo-archetipo, che, se lo prendi e lo metti in mitologia, ne viene fuori una componente psicosomatica altamente patafisica: è come se ci fosse una leggenda urbana in cui si dice che Enea, piuttosto che Ulisse, prima di incontrare Didone  o subito dopo, abbia  prima sentito un canto, non quello delle sirene che sta più nella trama di Ulisse, e, poi, una volta visto il corpo da cui quel canto si espandeva si sia fermato per  infinite stagioni, convinto che quella fosse Anna, la sorella di Didone, che, francamente, gli stava  sulle palle. Anna, vai a vedere, in realtà si chiamava Nina, o Eunice, come all’anagrafe si chiamava Nina, e, anche se non suonava il pianoforte,  aveva un canto passeggiato, anche a bocca chiusa, sapeva cantar la ninna nanna, ninnare, ma anche trillare, canticchiava e cantava a squarciagola, pare che Enea la additasse addirittura come maestra di cappella, che è un appellativo che innalza  la patafisica della sorella di Didone. Didone, lo vedete, fa rima con Nina Simone e, perciò, alla cantante poi  si connette e connette Anna: “Ain’t Got No…I’ve Got Life” è la canzone  mitologica, o, meglio, è la canzone che fa di Nina Simone la sorella cantante di Didone e il suo canto passeggiato ci mostra la navigazione di Ainea, il vero nome di Enea, il desiderio passa tra l’oggetto “a” e il suo analemma esponenziale, difatti, circondato il fantasma del visionatore e dell’ascoltatore, lo si seduce col passeggiato  che porta l’oggetto “a” al meridiano dell’ascoltatore, lo incanta e poi ci passeggia insieme, ovvero fa la navigazione di Ainea. E’ una questione di Stimmung e di ritmo, che, si mantiene tra risolutezza o ostinazione e una sorta di cautela che sta tra la segretezza e il tatto, come se fosse un personaggio di poche parole, non dico una sfinge, ma impenetrabile e laconico e, dall’altro lato, è irriducibile e tiene testa; in questo modo, nella canzone, nel canto di Nina Simone, passa la semplicità di chi sta a bocca chiusa, di chi ascolta il silenzio ma apre l’animo, detta così, essendoci la cantante, è come se si ingraziasse l’animus, Nina prende l’animus per il suo verso, e così che poi sembra naturale e papale papale, non fosse per qualcosa che non si fa vedere, nell’ombra non è l’animus ma è la sua pulsione orale, che, quella, non ha espedienti o uovo di Colombo, la pulsione orale non ha la soluzione davanti agli occhi, e difatti non si vede, la senti per come pulsa nel suo canto, insinua un sospetto, storna, rimuove, dissipa, mette la pulce nell’orecchio. Non so dire se sia una questione di sinfonia, ma di sicuro non c’è alcun melodramma, la pulsione orale così compressa, nella meccanica del canto, le dà un moto rotazionale e aperiodico ma anche circolare e l’urto è sia centrale che obliquo, elastico e anelastico, la velocità, sempre angolare, è di trascinamento, la forza è di adesione e di attrito; la forza-peso è specifica; l’accelerazione è di gravità e centripeta; la sollecitazione della forza è composta, esterna, viscosa, di repulsione e posizionale. L’energia posizionale del canto di Nina, non c’è alcun dubbio, è una elongazione del suo essere del Piccolo Cavallo nell’astrologia celtica. Il canto di Rudobios, allora, che era la bella indovina che possedeva i segreti degli dei, di cui si innamorò il dio del Vento del Nord, questo narra la leggenda-archetipo per il segno del Piccolo Cavallo, che viene appunto da Rudobios posseduta dal dio delle acque Llyr:

│Cosmogramma di nina simone 
© astrotheme
tutto speculare alla Luna in Dodicesima, ai cinque elementi in casa Prima e a Lilith sulla cuspide della Quinta di Nina.Tra vento del nord e statica dell’acqua, tra sopraffusione e strato limite, la tensione così dentro non è più la tensione superficiale, semmai è il canto del paradosso idrostatico. Eunice non ha casa, non ha le scarpe, non ha soldi, non s’abbiglia come conviene e prescrive il sistema della moda, non ha pensiero, non ha nessuna madre, come se l’Herkunft fosse stata rescissa, cancellata, è fuori dall’industria culturale, come il poeta e Rimbaud, e come lui non ha nessun nome, niente scuola, istruzione, non è nel sistema che funziona con la meccanica del dispositivo di alleanza e del dispositivo di sessualità, guardatela, e ascoltatela, nella canzone del paradosso idrostatico e di Rudobios, che incanta il dio del Vento del Nord e il dio delle acque, con la sua testa, il suo naso, il suo cervello, la bocca, il sorriso, ha la lingua, ha il collo, il cuore, il suo sesso,  l’anima, ha il suo didietro, con tutto questo assetto morfologico di normolinea mesomorfa compatta alletta l’animus del poeta, con le sue mani, le sue gambe, le braccia, le dita, i piedi, il sangue, tutto quanto all’interno del quale circoli e navighi la sua pulsione orale, la pulsione orale di chi non ha scarpe, non ha una madre né un dio ma, grazie a dio, tra anima, sesso e culo c’è il suo Esserci tra vento del nord e dio delle acque, perché lieta sia la navigazione del suo animus, del suo Ainea, del suo visionatore eterno e infinito. Didone, per quella storia del trucco della pelle di vacca e del terreno da avere in concessione per farci Cartagine, non era come sua sorella, Anna, che, come Nina, questo gli cantava ad Ainea: I ain’t got no home, ain’t got no shoes, ain’t got no money, ain’t got no mother, ain’t got no God…I’ve got my boobies, I’ve got my legs, I’ve got my back, got my sex, got my blood, got my soul. by Blue Amorosi

♫ Nina Simone playing live in London, 1968.

Ain't Got No... I've Got Life

I ain't got no home, ain't got no shoes,
Ain't got no money, ain't got no class,
Ain't got no skirts, ain't got no sweater,
Ain't got no perfume, ain't got no bed,
Ain't got no mind,
Ain't got no mother, ain't got no culture,
Ain't got no friends, aint got no schoolin',
Ain't got no love, ain't got no name,
Ain't got no ticket, ain't got no token,
Ain't got no God
And what have I got?
Why am I alive anyway?
Yeah, what have
I got?
Nobody can take away...
Got my hair, got my head,
Got my brains, got my ears,
Got my eyes, got my nose,
Got my mouth, I got my smile.
I got my tongue, got my chin,
Got my neck, got my boobies
Got my heart, got my soul,
Got my back, I got my sex.
I got my arms, got my hands, got my fingers,
got my legs, got my feet, got my toes,
got my liver, got my blood...
I've got life,
I've got my freedom,
I've got life,
I've got life
And I am gonna keep it,
I've got life
And nobody's gonna take it away,
I've got life!