Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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venerdì 17 aprile 2015

L' Unico Rimbaud e lo schermo in Stencil ░


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di Massimo Sannelli

Il nome è A-Erre-Ti-Acca-U-Erre. Il cognome è Erre-I-Emme-Bi-A-U-Di. Il ragazzo si presenta così in Io non sono qui di Haynes. Ammette di avere quasi vent'anni e chiede se può fumare. Tutta questa scena è in bianco e nero.
Naturalmente questo Rimbaud non è l'UNICO Rimbaud, quello morto, che fu poeta. È solo una maschera applicata ad un prestanome, cioè un attore: troppo Rimbaud per essere Rimbaud. È anche vestito da Rimbaud, capite. Come Warhol in Factory Girl: una statua di cera, che esprime Warhol, troppo Warhol per essere Warhol. E anche il Giovane Favoloso di Elio Germano è talmente Leopardi – così esageratamente gobbo, così represso – da non essere più Leopardi.
Ma non ha la voce recanatese, pesante e locale: la gobba c'è, anche troppo, l'accento non c'è. Alla fine, è un Leopardi per il Delfino: una macchietta per studenti e italiani-medi, tutto qui.
Una gobba non fa primavera e un po' di ordine non fa una camera; una presa per il culo non è una ripresa, e – in generale – la rappresentazione sopra le righe è troppo vera per essere reale. Il vero è mentale e il reale appare, e chi vive si dà pace, finché può.
Nel Cielo sopra Berlino Peter Falk è solo nella PARTE DI SE STESSO. A Bruno Ganz dice di essere stato un angelo, anche lui, ed è credibile. E perché è credibile? Perché recita, ma non cita, non ha le ali ed è straordinariamente sotto le righe, lui e il suo accento schifoso. Quindi Peter Falk è un angelo, non è una maschera e non è un'evocazione. L'angelo Peter mi permette di essere un po' passivo, non intelligente. Mi piace, quando sono uno spettatore, e solo allora.

I feticci e le maschere sono veri e mentali – e quindi schematici –, ma non sono reali. Falk è reale. Parlo da una posizione privata: troppo interessata per essere pura, e troppo antifilosofica per essere pura. È una posizione strategica, come sempre. E poi basta, ho cambiato carattere. Che cosa significa? Sono diventato innocente? No, ho cambiato carattere: non scrivo più in Garamond su questo schermo.