Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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lunedì 28 settembre 2015

LA LUNA DI PIETRO INGRAO ▌Ricordo di V.S. Gaudio

Pietro Ingrao epico e lunare│ph.by l’unità
Ingrao a Bologna nel 1979 non era ancora poeta



Adesso che Ingrao non c’è più, ti ricordi Nadia[i] quel suo comizio a Bologna,
la gente che c’era e stavano finendo gli anni Settanta, e comunista  si dava
la città e comunista era quel politico, adesso che il partito comunista non
c’è più, adesso che non ci sei più nemmeno tu, e quella sera ti ricordi chi
c’era con noi in Piazza Maggiore?  Io  non ricordo se la primavera si fosse
fatta vedere e nemmeno se avevo messo il mio orologio sull’ora legale,
di solito continuavo a usare l’ora solare forse fino al mio compleanno e
a quello di Hemingway, c’era con noi quella  sera  Silvia che, puoi anche
non credermi, ho saputo che non c’è più nemmeno lei da tre anni e ho
trovato la notizia in tre righe standardizzata, la stessa, e non ho capito
se stava al Giglio o all’isola d’Elba[ii], ma lei era comunista come il padre,
e tu eri comunista, e che ci sei andata a fare a Milano in mezzo ai poeti
neoromantici dell’industria editoriale[iii]?
E Pietro Ingrao a un certo punto, non ricordo se c’eri[iv], non mi va di andare
a vedere, si fece pubblicare le poesie da Mondadori, e ricordo che non so
chi mi propose di andargli a fare un’intervista , e ci pensi? Io, V.S. Gaudio,
che andavo a fare l’intervista  a un politico della direzione comunista che
s’era messo a fare le poesie, un po’ come quelli che stanno nella burocrazia
potente dello Stato e anche loro pubblicano da Mondadori, dove c’era
chi c’era imparentato con gli Ebrei del pathos, e magari sarà stato pure
un poetino con qualche sinfonia con ottoni sull’allegro[v]?
Quello che mi piace di Marx è Paul Lafargue che aveva sposato la figlia,
e allora mi chiedo oggi, che tu non sai come sono andate a finire le cose,
se anche  quest’altro dirigente comunista si sia a un certo punto messo
a produrre vino e se abbia messo su una bella Fondazione e, Dio mio, sai
come funziona la cosa, no?
Quella sera la piazza era piena, ne parlo anche altrove, e sul palco c’era
Ingrao che, adesso esce la didascalia nei notiziari televisivi e dice che era
anche giornalista, avendo diretto il giornale storico dei comunisti, che Dio
solo sa e anche il Dio Capitale di Lafargue, quante volte tra fine e inizio secolo
 è fallito, e se lo compra sempre qualcuno, basta farlo stare due anni senza
che venga affisso essendo murale e non ci sarebbe più bisogno di comprare
il nome della testata, no, devono sempre ricomprarlo e farlo fallire, e ti dicevo
che danno come giornalista Ingrao, lo sai come funziona no  nei giornali
del partito?  Si fa la richiesta all’ Ordine regionale dei Giornalisti dove
risiede il richiedente specificando il nome di un vice direttore
 regolarmente iscritto all’Albo e se la pubblicazione è un quotidiano
deve essere un professionista e te che sei il richiedente
ti iscrivono provvisoriamente nell’elenco dei giornalisti
cosiddetti professionisti, poi quando cessa deve comunicarlo e il
consiglio lo cancella dall’albo non appena abbia avuto notizia
della cessazione stessa, che, forse, non arriva in molti casi e allora
poi il dirigente della pubblicazione politica resta nell’elenco, anche
in quello dell’Inpgi e poi oltre al vitalizio prende anche la pensione
di giornalista,  e ieri notte ho avuto voglia di bruciare tutte le mie
poesie e le Stimmung, e le infinite Lebenswelt dell’Aurélia Steiner
di Marguerite Duras, ma è che ho sempre pensieri morbosi anche
se non è mezzogiorno e non sto passeggiando lungo l’ex statale
106, e, certo, non si può dire se quello che viene prescritto con
l’articolo 58 della legge del 3.2.63  riguardi il nostro metonimico politico,
ma è che tutto va a rotoli, ormai, non c’è niente che non sia livellato
al niente, è tutto fatto, non c’è logica, non c’è coerenza,
non c’è grammatica e rigore, non c’è un mondo invisibile, c’è
un reale invisibile e in contanti e il problema è che non
ha orario di chiusura e non ci sarà mai la possibilità
di trovare una risposta definitiva in un libro di prossima
pubblicazione.
Il distacco dell’anima è molto comune al giorno d’oggi,
e tutti si mettono a fare poesie, e c’è stato più di un caso
in cui un poeta si sia smaterializzato all’improvviso
alle prime bozze per non pagare il tipografo o l’editore
per poi rimaterializzarsi da qualche altra parte per
presentare il libro o ritirare un premio, che, è, poi,
un modo di viaggiare postmoderno e romantico
allo stesso tempo, io una volta almeno avrei voluto
fare la prova ma è che i premi sai cosa ne penso e
i libri adesso per l’aria che tira anche su internet
mi dici a che cazzo servono?
Una volta ho pubblicato un saggio sulla poetica
ipotattica e sai che titolo è uscito? Politica ipotattica!
Ti dico questo perché, a pensarci, magari  il poeta
Pietro Ingrao, se mi fossi preso la briga di leggerlo,
l’avrei potuto analizzare in quel testo, L’epica urbana e
la politica ipotattica[vi], dalla sociologia urbana di Raymond
Ledrut alla folla solitaria di Riesman, da Roman Jakobson
a Sorin Stati, al Tempus di Harald Weinrich, le Figure di Genette,
Agnés Heller, la rivoluzione della vita quotidiana e la
teoria marxista della rivoluzione, il fantasma di Jacques
Lacan, di C.-B.Clément, Paris, capitale del XIX secolo
di Walter Benjamin e dentro i poeti dell’epica ipotattica,
l’opacità ideologica, l’ambivalenza della Sicht e dell’aspetto,
il senso del reale, l’epica urbana e la flânerie, la poesia-faubourg,
lo zoning stilistico: da Giovanni Raboni a Pietro Terminelli, da
Carlo Cipparrone a Alberto Di Raco, ma anche, dentro, Luciano
Troisio, Franco Beltrametti, Leonardo Mancino, Franco Verdi.
In verità, non so niente dell’attante, del  rapporto prospettiva/aspetto,
del contenuto modale, delle figure, del reale impossibile,
dello stile del poeta Pietro Ingrao, era nell’uniformità
della “coscienza infelice”, la coscienza sentimentale meccanizzata
o nello spostamento flâneuristico dell’io e del fantasma,
che, a pensarci bene, di tempo ce n’è stato, mi sembra utopistico
per un poeta  che è sostanzialmente un dirigente politico,
come utopistica fu per tutti i comunisti aggruppati  la religione del capitale
di Paul Lafargue?
Non ricordo se quella sera c’era la luna, metti che fosse come la luna
rossa di stamattina che per fare il verso all’eclisse totale, nei nostri
cieli a questa latitudine bassa nessuno l’ha vista apparire nel cielo di nuvole,
di sicuro  è uno spento cratere di sale, manco le saline di Cervia, che
negli anni della mia adolescenza faceva un premio di poesia, ma quello
che mi piaceva è che quando chiudevano l’estate c’era questa grande
festa in piazza Garibaldi e dalla fontana, che forse era collegata alla luna,
sgorgava vino, e diamo per scontato che fosse Sangiovese di Romagna?
Gli equinozi sono dei lunghi silenzi e sono in cerca di un nome, sai che la
luna di questa superluna che non si è vista tanto è quasi uguale per grado
e fase alla tua luna, quasi un assurdo silenzio, una fuga deposta,
la luna è il crollo, Nadia, quel  poeta  nascosto l’avrebbe poi scritto
è uno spento cratere di sale, manco le saline di Cervia
quando venivo all’alba a scuola in quel mare del nulla.




[i] Nadia Campana.
[iii] Ma io, fossi stato un singer, che t’avrei potuto cantare nel delta dl Saraceno ? ”‘O Sarracino”? Oppure: “Romagna mia”? Se non “Calabrisella”? E poi, fatta la sonatina del Moderato Cantabile, tu traducevi Emily Dickinson e io facevo la colonna Disney per “Topolino”, la Mondadori mi metteva nello Specchio e tu, t’avrei fatto pubblicare, io, quello che gli hanno sottratto il nome alla faccia dell’articolo 22 della Costituzione a cui partecipò anche il nostro gran comunista commemorato, da Feltrinelli?
[iv] No. Non c’eri, te n’eri appena andata nel 1985, senza neanche dirmelo. Certo che è strano: c’è questo comizio di Ingrao nel nostro paradigma poetico e, come te ne vai, il politico si rivela come poeta nell’Olimpo dell’industria culturale del Capitale, dove tu eri andata a perire!
[v] Tipo che, se Mimmo Cara avesse fatto un volume IV de Le Proporzioni Poetiche, sarebbe andato di diritto tra i poeti afferenti a “La scrittura del lirico”, nell’area di gente poetica come Ennio Cavalli, Massimo Grillandi, Giovanni Occhipinti, Camillo Pennati, Silvio Ramat, Paolo Ruffilli, Alberico Sala, Maria Luisa Spaziani, Albino Pierro, Bortolo Pento, Giuseppe Rosato, Rita Baldassarri, Vitaldo Conte, Antonio De Marchi Gherini, Luciano Erba, Vico Faggi, Alberto Frattini, Biagia Marniti, Maria Luisa Belleli, Ester Monachino, Raffaele Nigro, Remo Pagnanelli, Silvio Raffo, Giovanni Ruggiero, Antonio Spagnuolo, Angelo Scandurra.
[vi] V.S.Gaudio, L’epica urbana e la poetica ipotattica, “Capoverso”.Rivista di scritture poetiche, n.7, Cosenza, gennaio-giugno 2004. Insomma, fu per quel comizio di Ingrao a Bologna che la politica soppiantò la poetica o fu per quell’avvenimento che la politica fu inabissata dalla poetica? Il refuso di “Capoverso” è questo che formalizza? La fenomenologia della trasmutazione del corpo politico in corpo poetico, e con quella strategia dell’ipotassi? La luna di Ingrao fu allora che cominciò a illuminare l’epica urbana e la poesia-faubourg? Lo stile-zoning e l’opacità ideologica e il partito comunista finì nello spento cratere di sale della luna? Ma  lo zoning stilistico non fu quello che generò il localismo della poesia dialettale, senza pentacoli, che non va alla deriva, omogenea, condominiale, quartieristica, cantonale, così ricca di promiscuità di familiarità? Vai a vedere, se la luna è l’erranza, il nostro poeta comunista non era per niente dentro la staticità del particolarismo che afferisce all’epica ipotattica, e allora da dove è uscita questa commutazione della politica ipotattica in poetica ipotattica?



Vocabolari

La luna è uno spento
cratere di sale
deserto alla vita, la luna
è un fiato un velo

che travalica in soglie le goffe
pianure della incatenata
terra, la luna

è solo un assurdo silenzio
una fuga deposta,
un brullo pensiero che bussa
in cerca di un nome.

La luna è il crollo, l’erranza

da Pietro Ingrao,Variazioni serali
il Saggiatore 2000