Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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sabato 14 novembre 2015

Ettore Bonessio di Terzet ⁞ Preparazione. Prologo

Preparazione
 Disporre le carte e le mappe,
i fogli stradali accanto e le penne
per segnare di nero le colorate strade
e non perdere di vista le lateralità
dove sorgono cattedrali non visitate
grumi di paesaggi fantasticati come belli,
leggere le didascalie di ogni foglio turistico,
di ogni centimetrato album per non perdersi
niente e nulla delle cose da vedere se il viaggio
rimarrà quello progettato, se il progetto
non muterà in corso d'opera.
Accanto ai canali e ai fiumi blu
le autostrade rosse attraversano
luoghi i più sognati e pensati
nelle fantasie di una lettura,
nei rimandi di servizi fotografici
eludendo dal costruendo andare
i luoghi comuni delle masse agostane,
scartando ogni comunicazione falsificata
per la ripetizione estiva e natalizia,
ogni possibile passaggio per spazi
che non abbiano rimandi alla nostra cultura
e non siano possibilità di riempimento,
anche una casa rotta ma all'interno
dello spirito della terra e del cielo nostri
a soddisfare la voglia di vivere in prima
persona quello che abbiamo goduto
con l'intelligenza della memoria e con
l'abbandono del sogno, prefigurazioni che
sentiamo rinascere quando solo le nominiamo.

 Prologo


 La preparazione dell'occorrente è
la verità di quello che andremmo a vedere
in carne ed ossa, vero nella mente e
da sempre concreto.
Inciamperemo
nelle varie stoffe a rigoni con
stelle verdi e trapezi blu,
tra le scarpe basse e leggere
senza lacci un poco sformate
e comode,
tra le spazzole per lucidare
e i pannosoffici caramellosi,
tra le calze e i calzini che troppo
non devono costringere il piede,
tra i calzettoni di lana confortanti
e i lacci di ricambio.
Nella sacca verde e nella valigia,
doppia valigia blu,
cominciamo ad impilare senza modestia
le maglie i maglioni ben riposti,
le camicie con la maniche corte:
due con i polsini e i sottili gemelli
.   .   . questa giacca che sta bene con questi calzoni
come se dovessi partecipare a feste non so quali .  .   .
ancora biancheria con i sacchetti per il ricambio,
alcuni foulard per riparare il collo dal vento
o nascondere le prime pieghe sotto il mento?
berretti e cappelli quanto basta per non prendere freddo
per nascondere al sole i capelli tagliati cortissimi,
orologio, sveglia, carta, tanta carta con matite e penne
album per notazioni che andranno perdute
sotto il segno di ogni giornata,
macchine fotografiche e una borsata di rullini
per fermare quello che l'occhio e
la mente hanno già veduto e quello
che l'intelligenza dimenticherà velocemente.
Poco manca alla conclusione del rito preparatorio
messo in cantiere alcuni giorni prima per abituarsi
alla novità non per entrare nello spirito del viaggio
che ancora non viene pensato e la testa allontana
con ogni possibile scusa.
. . . La preparazione iniziata si conclude
quasi sempre con una dimenticanza che
qualche cosa vorrà pur dire senza scomodare
grandi nomi del profondo, se non altro
che non tutta era presente la memoria
e altro sotterraneamente si pensava o si voleva;
mentre ci si dava da fare con apparente facilità
da qualche altra parte stava il pensiero
forse là dove non si deve andare
là dove si può rimanere senza affannarsi   .   .
E poi uscire di casa e guardare
con gioia e rammarico
al curato giardino raccolto nel freddo
con strani fiori quasi margherite
che ricolmano un vaso di terracotta,
un vascone dove dalie e garofanini
si accalcano facendosi largo tra
gli ultimi spazi lasciati liberi
dal rampicante rigogliosissimo
e un cespuglio di rose dal nome dimenticato
da sempre là a sbocciare fiori
tra il giallo e il rosa con triangolari spine.
La lavanda si è distesa con molto profumo
e fa a gara con i giacinti a raggiungere
il posto dei narcisi che stentano un poco,
foglie verdi e un biancospino alto
a sinistra uscendo dal portoncino attendono
il sole del mattino per ristorarsi,
memori nelle giornate di luglio dell'acqua
che a pozze si formava ad ogni innaffiata.
Dal giardino passare all'ascolto
dei suoni del quartiere, delle strade commiste,
delle piazze ripiene di auto, dei negozi
nel loro tentativo goffo di bellezza,
nelle sconnessioni dei marciapiedi,
nella prospettiva che chiude al mare
e ricorda l'impero di Magritte
aiutato dalla bassa luce stradale
infiammata ad ondate dai fari delle moto
che rombano via come aeroplani
lungo la discesa che ricorda quelle
della costa centrale della California,
in fondo una parata di luci come
insegne luminose ininterrotte nel loro
cangiare di colori e luminescenze.
Preparazione e Prologo sono contenuti 
nella parte “Antefatti” (1997) di
  Ettore Bonessio di Terzet
(fr. 2006) │&pingapaArtArtePoesia 2015 on Issuu