Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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mercoledì 18 novembre 2015

Il silenzio dell'anima ♪Tracy Chapman pour Le Bataclan

Il biglietto e la musica che non c’è più nella mia libido


La terra trasfonde vibrazioni continue
dentro il cuore, e questo sei tu
e se la gente scopre che sai suonare la chitarra,
via, prendi un biglietto o sei costretto a suonare
per tutta la vita senza mai che riesci ad andar via.
Che cosa c’è, quando hai smesso di suonare, un prato
o un bosco tra te e la ferrovia o tra te e la riva del mare?
Da qui c’è un campo con alberi di fico e un melograno
e mai l’erba che c’è d’autunno tutta trifoglio maturo
nell’aranceto che, lo ricordo ancora, quando la mia
ragazza  faceva la carriola nei miei 6000 metri quadrati
come avrei potuto pensare di riuscire a coltivarli
o quantomeno a falciarne l’erba poi in primavera
quando il trifoglio maturo si era mutato in erbaccia
maledetta che la mia falce da sola nulla poteva
contro la sua resistenza e allora si agitavano
attorno tra la mia testa e il canale dell’acqua
cornacchie e pettirossi e nella stagione adatta
anche le rondini e le anas barbariae e
se non fosse stato per la ruota del mulino
che come uno strumento a corde scordato
era lì abbandonata e subito uno sciancato
mi faceva segni tribali vedendomi passare
con quel bel pezzo di figa della mia ragazza
se quantomeno glielo mettessi e dove chiedeva
a gesti osceni  e se mi rigiravo a guardarlo ancora
ancora chiedeva in quale postura e altre volgari
indicazioni che solo il vento riusciva a togliermi
dalla testa  e anche il biglietto che quell’estate
avevo già fatto e che ormai solo quattro giorni
mancavano per quel treno che tra me e il mare
mi avrebbe portato lontano dal mio campo di trifoglio
e mi sentivo come se stessi fuggendo con il circo
come quella volta quando mi ero innamorato
di una domatrice di leoni una volta e la seconda
di una trapezista che era stata più di una volta
sul campo di trifoglio pure lei a fare la carriola
così con quel biglietto che avevo comprato
sarei stato un bel fante di cuori in una città
altamente urbanizzata | perché mi nutrii per
tempo del cuore dell’anas barbariae, che
aveva questo nome primordiale dell’anatra
il fiume Guadiana, che, a prime due vocali invertite,
è l’archetipo-epiteto del nome che mi fa poeta,
tenendo così a distanza l’Ortomixovirus  di tipo A,B,C
con la suggestione che potesse rendermi immune anche alla
barbarie di chi non ha né cuore né fegato|
e avrei messo a segno parecchi colpi 
con una nuova generazione di ragazze 
e poi avrei conosciuto una cantante
che mentre lei faceva una canzone e alto
era il resoconto della Siae io avrei fatto il poeta
per il quale la Siae -nonostante abbia fatto il giornalista
fiscalizzando a diritto d'autore- ha perso un po'
della sua funzione terribilmente Heimlich sol
quando gli si è insufflato nell'orecchio il canto
e il nome di Sia e il bel fante della cantante 
che aveva gli occhi chiari 
e un podice ospitale e normanno
sol per quel biglietto che a che cosa servirà
mai se nessuna anima  potrà mai sfuggire
al destino eterno della vita, che non è la libertà
o il cantare il fare versi  né il liberarsi del mondo
quanto almeno si sia stanchi di trainare tante
carriole per 6 chilometri quadrati da una stagione
all’altra senza aver avuto il tempo per imparare
a suonare il violino col biglietto di ritorno 
imparai a guardare a distanza podici e gambe
e anche a misurare i passi e il peso che con quei
passi  fa da pondus  dentro quell’aria che alla luce
del sole rotea sempre più in alto
e lentamente sotto l’erba la guerra ha squilli di tromba
e ragazza mia non c’è più tempo per fermarsi
a guardare l’infinita bellezza del tuo tergo
perché lo vedi ho qui un altro biglietto
ed è il biglietto dello spirito del tempo
e di trenta milioni di anime e del mio cuore
che non regge più la carriola e il mito tragico
dell’Angelus di Dalí e non ho un paese che
mi protegga dal lupo e dalla barbarie
anche per strada in mezzo alla polvere e al dolore
dove pensi che possa  arrivare con questo biglietto
se il silenzio ha avvelenato la mia anima e
non c’è più musica a dar letizia alla mia libido?

[da* Se fosse l’Antologia della Poetry-Song e del Bataclan ? ]