Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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venerdì 23 settembre 2016

Marisa Aino ░ La melanzana e il punctum di Attila del poeta

L’infelicità della melanzana ripiena
by Marisa Aino
Come nell’aforisma di Alan Watts in cui si afferma che la vita è un gioco la cui prima regola è: essa non è un gioco, è una cosa molto seria[i]; probabilmente allo stesso modo si può affermare che la melanzana è sostanzialmente l’ingrediente essenziale per l’infelicità, a patto che la si cucini come usa fare la moglie del poeta, sulla scia di quella traccia che Mia Nonna dello Zen ha lasciato nella libido di quel ragazzo che poi si fece poeta e consumatore di melanzane ripiene[ii] . La fantasia è essenziale nella vita di un poeta, anche se non ha niente a che fare con la matematica astratta, figuriamoci se con la melanzana; la melanzana, nei sistemi culinari, è funzionale nelle ricette a somma diversa da zero, come i giochi a somma diversa da zero, che sono quei giochi in cui vincita e perdita non si pareggiano, nel senso che la loro somma può risultare inferiore o superiore a zero. Detto altrimenti, i poeti che mangiano piatti a base di melanzane sono come quei due giocatori che, entrambi, possono vincere o perdere. Non è, sostanzialmente, come la Tombola che si fa in famiglia a Natale, ecco perché la melanzana non rientra in nessuno dei piatti tipici di quella festa solstiziale. Ciò non ostante, la melanzana è un elemento solstiziale, quel terzo che solo in apparenza sorride: loro giocano, e la melanzana, che è l’avversario decisivo, se la ride: quel giovane poeta, che aveva la Luna Nera, la Lilith francese, nell’orbita del solstizio estivo, stretta stretta sul punctum di Attila Marte/Urano, che non fa vivere in armonia con i cosiddetti politici, i patrioti, i militari, gli ideologi  della scolarizzazione e perfino con Bilderberg e l’Ordine della Ruota e della Croce dello Ior, e della mano morta, quando dovette sposarsi ,l’ultima sera in cui era ancora il fidanzato di chi domani sarebbe diventata amministrativamente sua moglie, si meravigliò che la Nonna dello Zen lo avesse invitato a cena e che il piatto della cena fosse costituito dalla melanzana ripiena, che è nello schema verbale dell’aver-perduto-l’inesistente, che, è stato scritto nella posa del caffè 40[iii], è attivato dalla pulsione fallico-uretrale, che è quella delle pugnette e delle melanzane ripiene[iv], e tutto intorno c’è un mondo che vive con il principio fondamentale maschile che se il genere maschile ha una col buco qui davanti a lui e sono passati cinque minuti e non le ha messo le mani addosso, si crederà che quello sia un ricchione, il problema è che oggi, o durante l’adolescenza del poeta, le donne sono notevolmente più disponibili specialmente quando le loro madri, appena il padre esce di casa, portano uomini in casa, che, poi, per andare di casa in casa, sono o preti, o monaci, o quelli della folletto, o testimoni di Geova, o militanti dell’Intermaffia[v] nel loro peregrinare interforze, tutti debitamente impotenti e sposati  e accasati, l’importante è che portino un regalino per la ragazzina, o portino la ragazzina a scuola anche dalle monache al mattino e  vadano a riprenderla dopo per farsi fare come minimo la pugnetta pre o postprandiale, ogni comportamento diverso, nella stessa situazione, diventa così insensato e stupido che l’attante verrà considerato  specularmente coglione e pollo per tutta la sua disgraziata vita connessa alla famiglia di una madre così santa e così abile tenutaria di un bordello a gestione materna come se fosse il contesto per non essere ritenuto da quella stessa buona donna un ricchione fricato. La nemesi della melanzana ripiena, a patto che la melanzana non sia quella “catara”[vi], è che, a generazione successiva, esce fuori che la pia donna i ricchioni fricati[vii] ce li ha nella sua discendenza, tra zingari, giostrai, ogliaroni e cartello di maffia.


[i] Cfr. Paul Watzlawick, La vita come gioco, in: Idem, Istruzioni per rendersi infelici, trad.it. Feltrinelli Milano 1984.
[ii] La melanzana ha come sinonimo il petonciano che può essere anche “petronciano”, per la deformazione dell’arabo “badingan”. Artusi dava i petronciani fritti come contorno a un piatto di pesce fritto: Mia Nonna dello Zen del poeta aveva, nel suo cognome, il petronciano; mentre alla moglie del poeta afferiva, per via dell’”Elogio del mare”, il paradigma del pesce. Sostanzialmente, possiamo rifare il titolo della digressione: “L’infelicità, il Pagaz o Jogaz, del Petronciano ripieno” ?
[iv] Non a caso(ma per la pulsione fallico-uretrale…) la melanzana è diuretica e rinfrescante, ed è anche un sedativo nei casi di eccitazione nervosa. Addirittura Raymond Dextreit, negli anni Sessanta,  consigliava di mangiarla cruda, condendola con molta cipolla e olio d’oliva, dopo averne fiammeggiata appena la buccia per poterla togliere più facilmente.
[v] Cfr. Le voci dell’Intermaffia e, sostanzialmente, Il poetosofo, l’intermaffia, i briganti… , in   uh magazine
[Vi ]Non è un caso che, per le Melanzane  all’alessandrina, Manuel Vázquez Montalbán, nelle sue Recetas Inmorales, tiri in ballo il rapporto ambiguo tra Apicio e Druso all’ombra di quel pazzo furioso che si chiamò Tiberio. In  una cena di ricchioni fricati, come li chiamava quella pia donna, questo intruglio mediteranno, oltre alle melanzane ci sono il miele, i datteri, la menta fresca, il coriandolo, il garum o la pasta di acciughe, il comino, calzerebbe a pennello. Druso, per inciso, era il fratello di Tiberio. La melanzana, anche in questo caso, ha sempre con sé l’aria di casa, l’inquietante di famiglia, l’Heimlich fallico-demoniaco che, nel caso del giovane poeta, è tutto agitato nell’orbita del solstizio estivo dal punctum di Attila, Marte/Urano/Luna Nera. La Luna Nera della Melanzana Ripiena di Mia Nonna dello Zen?
[Vii] La “ melanzana catara” è quella più adatta ai cosiddetti ricchioni fricati e forse va bene anche per le Melanzane all’alessandrina di Vázquez Montalbán, perché non è che simuli un aspetto ascetico o, come la mandorla immatura detta “catera”, una certa amara e sterile femminilità, anche riproduttiva, per cui pare che così dicendo si vada incontro a certi fallicismi narcisistici che, all’ombra della Santa Romana Chiesa, confinano con l’uso e l’abuso della preadolescenza e dell’adolescenza; la melanzana catara, nell’orto di lotta tra Dio e Satana, allude un po’ a certe sette che , abolendo la proprietà privata degli altri, adora il diavolo e bacia il culo al gatto, che lo impersona e, a volte, lo rende amministrativamente ufficiale nei documenti afferenti all’articolo 6 del Codice Civile.

 
Marisa Aino   Melanzane d’Aino © 2016