Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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sabato 22 ottobre 2016

HAP. Il passo di Aurélia Gurmadhi ⁞

La “pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e , dall’altro, è “merce”: così opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose, nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati.
Da qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi, che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio: Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a Durrës questo fa:
fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion, scopa;
ma, essenzialmente, është duke u fshiuar, sta nascondendosi.

In questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo, curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura(ma quale?)sia troppo grande:
Aurélia Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa assenza come per un qualcosa che le appartiene[1].

Holliwood  Dress per Laura Sfez by L’ecole des Femmes

Pikë i fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?
Perché sfugge all’illusione dell’intimità, perché
ha questo bagliore di impotenza e di stupefazione
che manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana, alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?



Aurélia Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo; l’assai di Ajnos;il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux; l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no, Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkpëtim[2].

Asaj kam përgjigiur[3]:

Il mezzopunto, che è il punctus et semis, che fu chiamato Distinzione da Bembo così da formalizzare il Puntocoma, allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del trionfo.
Il vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a “gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del camminare.
“Hap” del “per-me”, për mua, che “happika” i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette lo scatto giusto:
come il “punto e virgola”
che apre e chiude lo scatto,
il vostro Hap, che è il momento del “punto e virgola”, apre, appunto: hap, e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e sospensivi.

L’Hap, il passo di Laura Sfez  analemma esponenziale del passo di Aurélia Gurmadhi?




Questo passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno.
E’ il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile.
Ha quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso[4], che – trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.



[1] Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale,in: J.B., La trasparenza del male, trad.it:cit.
[2] Aurélia “né stringe, né allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.
[3] “Le ho risposto:”.
[4] Per tutte le considerazioni sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”, cfr.: Jole Tognelli, Introduzione all’Ars Punctandi, Edizioni dell’Ateneo,Roma 1963: in particolare, vedi il capitolo Punto e virgola, da pagina 129 a pagina 135.

from:

AURELIA M GURGUR
Aurélia Steiner de Durrës