Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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giovedì 11 dicembre 2014

Massimo Sannelli ░ La scrittura illimitata di Marina Pizzi


Per Marina Pizzi
di Msssimo Sannelli
L'ampiezza di occasi e cipressi è abitabile, virtualmente; oppure può essere sorvolata dalla rondine. Ora «la bravura accasa lo scontento»: il talento si è fatto il suo spazio, lungo e largo. È chiaro: non è che debba sempre iniziare una vita nuova; la vita può anche continuare, come è sempre stata; e può anche negarsi e sopportare se stessa come nella pace del sonno, quando «vado all'espatrio ogni notte».  Le parole ritornano sempre: angelo, occaso, cipresso, rondine, eremo, scempio, pianto, sillaba e sillabario, resina, dio e i suoi derivati immaginari (gerundio, odio, gaudio, tedio, idiota). O è tutto retorico – e qui il martello retorico è forte, perché non incipit vita nova, ma si mostra la continuità massacrante della vita – o non lo è, non del tutto.  Qui non ci sono idee, ma solo speranze pratiche, come il sonno, il morire e «questa bravura di piangere». I fatti sono moralità dei fatti o azioni senza cronologia: «al cospetto del cipresso voglio andarmene», «mi va di crollare nel fantasma», «mi va di piangere col sole nero addosso». Ed ecco il punto: il diario non può segnalare pubblicamente fatti, ma solo moralità non triviali; non le interpretazioni dei fatti, ma il loro colore personale, cioè la percezione di chi assiste ai fatti. È un Cantico di stasi, e per l'umile Italia è un ossimoro culturale. Non come in Dante, dove tutto si muove, Belacqua escluso, Brunetto incluso. Dante corre perché è agens o viator, e nella vita corre, perché ha l'ambizione di imporsi, una volta per sempre; e così è stato. La stasi è una condizione da autore, non da pellegrino. E qui c'è il cantico di una stasi senza un dilectus da amare come nel Cantico dei Cantici, e senza un «fatale andare» da compiere, come in Dante. L'esclusione toglie essenza e presenza: allora singolarità, nessun duca, né politico né personale, e solo stasi. La stasi non è male, di per sé. Giocandoci un po', si arriva anche all'estasi, come nel delirio stilnovistico della Biografia ad Ebe del giovane Luzi; e la stasi può essere il riposo. Qui, nell'atto di dolore, la stasi è una perpetua stasi, come la lux della preghiera ai morti. E si mostra la condizione privata: non è la corsa – anche professionale – di chi va perché è il prediletto dello Spirito, come Dante. Senza Lucia e Beatrice non ci si muove, anche se il talento è grande: «la bravura accasa lo scontento / vetustà del tedio darsi la morte». Ora, dalla casa non escono grandi notizie, ma lavori. L'ineffabile è coartato bene. Il capitolo 24 del Vangelo di Matteo si può leggere letteralmente? Diciamo di sì. L'ipersensibilità conosce due fatti notevoli: le cause sono concause, gli effetti sono contemporanei e contradditori, oltre che violenti. C'è un livello di coscienza in cui il mondo sono io. Lo strano io so di Pietro II, pastor poeta – cioè Pasolini – esiste letteralmente, e si legge letteralmente. In più, non è così raro. L'ipersensibilità ha molto a che fare con sora nostra morte corporale: alla quale si dice, divinamente come un ipotetico Salomone savio, «vieni, sposa, dal Libano»; così come si aspetta il sonno, ogni giorno. L'ipersensibilità si mostra, anche in forme politiche. Esempio: Paolo Barnard ha ammesso un periodo di alcool e psicofarmaci – intanto proponeva una teoria di salvezza – e il 28 agosto 2013 si è arreso in pubblico: la Modern Money Theory poteva essere luce, ma l'Italia non l'ha capita, né politicamente né economicamente. Barnard – psicologo e paziente della psicologia – ha sempre rotto il velo: il Vero Potere ha curricula spaventosi, pratica una sociopatia più che nazista, ma voi usate Twitter. Ragazzi, vi pisciano in testa – diceva. Intanto il Medio Oriente è in fiamme. Io ascolto My Favourite Things e Amalia Rodriguez – e mi occupo di cose internazionali, in solitudine –, nella casa impenetrabile, in solitudine, e sono come un esteta vuoto, il proverbiale cembalo che tintinna. Non lo sono in realtà, e so perché. C'è una difficoltà oggettiva e traumatica, che si rinnova sempre, meglio di un godimento: nessun piacere può rinnovarsi in questo modo, e nessun sesso ha questa continuità. La difficoltà è continua, sempre; glorificata dai bei suoni – Pärt, Webern, Bach rifatto da Webern, Scelsi – ma la difficoltà è continua, a partire dalle leggendarie piccole cose. È brava la mente, se può sgonfiarsi, di tanto in tanto. Ripeto: la difficoltà è continua, per chi la vive; e per questo la scrittura di Marina Pizzi è illimitata. La solitudine – asociale, ma non anaffettiva – vede il fatto dall'esterno. Lo registra e lo moralizza. Per moralizzarlo, annienta la cronaca diretta, che non serve, anche perché crea rapporti, e allora la solitudine si romperebbe. La retorica dell'amicizia è quello che è; è retorica, di cui Roma vive, come si vive di Famiglia, secondo la retorica (ma: «tacita piange la zucca / delle ceneri parenti, padre e madre simili / al cemento»). Lo studiolo segnala le concause e gli effetti, compresenti e contemporanei: depensa o non pensa o spensa, come Bene e Rosselli e Oberto, ma non può non sentire. Questi appunti sono un diario, prima orale e poi scritto. Sono pieni di nomi. Nomi nudi, e cooptati qui con poca grazia. Anche per dire, attraverso i nomi, una frase furiosa an die Nachgeborenen: qualcosa come li avevo sentiti, anche poco, va bene; ma li avevo sentiti. E la Tecnocrazia europea è stata trionfale, perché era irresistibile. Alla Tecnocrazia si può opporre solo la Teocrazia, senza mediazioni umane: «Consurget enim gens in gentem et regnum in regnum, et erunt pestilentiae et fames et terraemotus per loca» (Matteo, 24, 7). E poi verranno la consummatio e l'abominatio desolationis (24, 14-15). C'è chi sente queste cose, già ora. È l'occaso perché è il tramonto. È anche l'Occidente. Ora questa geofilosofia non fattuale è sensibile ma intraducibile: non può essere parafrasata, per fortuna, e quindi non è scolastica, perché non diventerà mai prosa. Usa più i sogni che Cacciari, e non sbaglia. È pre-teorica o anti-teorica. Le teorie e i loro fatti non ci sono; ovviamente non ci sono invenzioni, a parte quelle retoriche e ritmiche. I fatti romani, italiani, europei sono già dissolti, nell'anamnesi ineffabile. E la sensibilità raccoglie la visione dei dati, non i dati in sé. Lo fa prima che la Siria sia attaccata e l'Italia confusa fino all'ultimo grado. Chiaramente, prima della consummatio. Dicendo questo, ho scritto secondo un'ipotesi dura, in due degnità ermetiche: la stasi non è privata, le lacrime e il sonno sono sintomi. Voglio dire che il Cantico è parallelo alla morte del mondo conosciuto. Così ho immaginato un livello profetico, e l'ho portato fino a questo PUNTO.

introduzione a Cantico di stasi, Cantarena, Genova 2013