Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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martedì 26 gennaio 2016

Scuola di Poesia ▌Massimo Sannelli


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di Massimo Sannelli
Primo frammento. La scuola di poesia non insegna a scrivere poesie. Nessuno può insegnare a scrivere poesie. Questa è una mostra di paradossi sani e brutti idoli: insegna l'inizio e la fine, non la parte mediana – la scrittura – di cui il responsabile sei tu.
Secondo frammento. La mia poesia è stata interpretata come gelo, e a suo modo urlava, ma non si vedeva. D'ora in poi si vedrà, perché riscriverò tutto. La poesia parlava già della lingua mossa e della lingua tagliata o blesa. E parlava di molti baci; dunque conteneva molte allusioni medievistiche e mistiche. Ma tutto finiva e iniziava lì: solo amore amore amore, non l'estro che combina e gioca. E tu non ami la musica priva di voce umana: le manca la parola e te la toglie. Chopin – dico per dire – è intraducibile: non comunica un solo concetto verbale. è vero senza verbo, fa paura [a me no, ma ti capisco]. Ti toglie dal tuo centro, di cui hai bisogno per esistere. Tolta la parola – quella dell'uomo – il centro non si distingue più: come si dichiarerebbe, se fosse muto? Così agli umanisti di oggi non interessa la felicità, perché si tratterebbe di disperdersi oltre il centro [di disporsi oltre il cerchio]. Intuìto questo, non importa più niente di niente: parti e vai oltre [e ho perso un mucchio di anni senza sapere: senza saperlo].
Terzo frammento. Marco Berisso scrisse: bisogna iniettare veleni retorici nella letteratura – e farla decadere... e farla trasformare... e farla maledire e rinsavire poi...
Marco Berisso lo scrisse. Io iniettai nel mondo alcune persone vere, diversi buoni allievi. Erano il performer che io non sono (mi dicevo), la donna che io non sono (mi dicevo), il santo e il pazzo istrionico, che io non sono (mi dicevo) – e quelli erano stimoli seri, per me. Così pensavo: vivranno al posto mio. Pensavo: saranno in pubblico ciò che io NON sono. Butterfly deve morire per cedere suo figlio, il cui nome è Dolore. Ma tutto quel veleno è stato MIO, e male. Non sono morto, e loro non sono molto vivi. Ho assorbito di nuovo i veleni: nessuno di quegli allievi, le tre ragazze e i due ragazzi, ha rinnovato nulla. Due ragazze su tre hanno cambiato vita, una è madre. 
I tre frammenti sono tratti da Scuola di poesia, Vydia 2011.