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♦ 5998 volte in via Zeffirino Re

La dromomania e l’oggetto a di via Zeffirino Re
by Gaudio Malaguzzi
Quando ero uno studente del ginnasio e non ero ancora poeta, e non conoscevo l’I King e la psicoanalisi, figuriamoci se potevo sapere che Ernest Bernhard, che era l’artefice della traduzione dell’I King per la casa editrice Astrolabio di Roma nell’anno in cui ero nato,era stato nel campo di concentramento di Ferramonti a Tarsia[i], sono stato preso improvvisamente, mentre andavo a scuola, da quella che, come quello studente di cui narra Thomas Bernhard in Novecentonovantotto volte[ii], avrebbe definito una feroce fobia della scuola, la quale mi avrebbe permesso di percorrere in lungo e in largo via Zeffirino Re a Cesena per intere settimane nel mese più ghiacciato della mia adolescenza, tanto che nell’arco dei 6 giorni di scuola settimanali, e sempre sotto i portici e sempre lasciando i libri in un negozio, non so se di abbigliamento, di cui mi piacque subito come oggetto a, vuoi per il culo o il sorriso, la conduttrice o la proprietaria che fosse, la mia dromomania non si acquietava che dopo aver percorso la via Zeffirino Re ora in un senso ora nell’altro per 5998 volte.
Per distrarmi dalla mia fobia, contavo i passi che facevo avanti e indietro in via Zeffirino Re e ogni quanti passi ripassavo davanti alla vetrina del negozio in cui c’era la conduttrice che, tenendo in deposito i miei libri, in realtà custodiva il pegno della mia mappa cognitiva in cui lei – lo sapeva o lo avrebbe pensato dopo – sarebbe stato un mio oggetto a, quantomeno – di questo ne sono certo – non avrebbe non potuto immaginarsi protagonista assoluta di almeno 998 delle mie Battaglie dei Gesuiti.
Quando ripassavo davanti al negozio, salutavo timidamente o guardavo il mio oggetto a  e immaginavo, forse, che, metti, dopo 400 passi ero venuto, cioè arrivato alla sua vetrina, o dopo averla vista 9 volte ogni 98 passi.
Un giorno venne un uomo in quel negozio in via Zeffirino Re a dirmi di riprendermi i miei libri e di tornare a scuola, che, così camminando, avrei senz’altro consumato le scarpe quell’inverno e non solo i piedi avrebbero avuto dolori e sofferenze.
Non ho saputo più niente di quel mio oggetto a in quel negozio così poco scolarizzato e senza scaffali per i libri.
Che cosa è stato di me in futuro, è impossibile dirlo, anche perché quell’oggetto a di Cesena – vai a vedere- sarà diventato come analemma esponenziale l’apparizione di Nadiella( che era di Cesena) a Milano 3 lustri dopo.




[i] In verità, si è detto che lo psicanalista junghiano era stato al Ferramonti dopo che il poeta, avendo rinvenuto tra le poche cassette di libri restituitegli da un “amico” di Torino – dopo che l’ospite se n’era tenute, di casse, almeno sei – una copia , non sua, del “delfino” Bompiani di “Mitobiografia”, aveva potuto congetturare che E.B. forse forse era anche lui al Ferramonti, e questo è avvenuto quando il poeta i passi di via Zeffiniro Re li aveva cancellati con milioni di altri passi in altre città del mondo.
[ii] Contenuto in: Thomas Bernhard, L’imitatore di voci, © 1978  trad. it. Adelphi, Milano 1987.

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La capra bollita del villaggio di ShellaHo mangiato la vecchia capra bollita,ho intinto il pane nel brodo scuroinsaporito con pepe, masala ed iliki,ho scambiato quattro parole in kiswahilicoi vecchi pescatori del Vasco de Gama Pillar,ho guardato le nuvole basse dell’Oceano,ho pensato alle chiappe di Fatuma,mi sono trovato sulla strada del ritorno,mi è venuta una grande tristezza,per un attimo ho visto la morte,ho dato fondo all’ultima vodkae finalmente ho dormito il sonno del giusto.
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