Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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lunedì 20 gennaio 2014

Ignazio Apolloni ♦ Intervista immaginaria

INTERVISTA IMMAGINARIA DI UN INTERVISTATORE

COLTO MA ANCH’ EGLI IMMAGINARIO




È noto che lei ha sempre rifiutato di farsi intervistare; di apparire sui giornali o sulle riviste di qualsiasi genere – pop o meno che fossero – e men che meno in televisione, timoroso forse che potesse venire meno lo smalto di cui si è ammantato; l’aura e l’aureola di cui si è rivestito; il fascino dell’ignoto piuttosto che la notorietà ad ogni costo; l’incipit di una decadenza; la metamorfosi dell’angelo in qualcosa di mefistofelico.
È vero o falso?
È vero.
Si dice che lei chiuda in un cassetto, una sorta di scatola magica, un forziere anzi; tutto ciò che ritiene sublime; frutto di ispirazione sovrannaturale; l’arcano psichico che appare e scompare lasciando però una traccia indelebile nel suo bios al punto da diventare creazione; creatività allo stato puro, endogenico; un mix di fantasioso e realtà; l’allure da cui si sprigiona la bellezza e la grazia.
È vero o falso?
Né vero né falso.
Alcuni dei suoi detrattori pongono l’accento sulle sue debolezze, la mutevolezza del suo aire, la circostanziale attitudine al celarsi dietro una vertigine di aggettivi e sostantivi intrecciati tra di loro, gli uni negli altri al punto da rendere impossibile seguire le vicende narrate nei suoi romanzi; gli evanescenti territori nei quali si muovono i suoi personaggi; la logica che presiede ai loro atteggiamenti.
È vero o falso?
Dipende.
Saprebbe dirmi con schiettezza e senza falsi pudori (per dirla in modo tranchant) quali dei classici della letteratura mondiale godono della sua stima, financo della sua gelosia più che invidia per non essere riuscito ad imitarne l’agorà nella quale si mossero senza nocumento alcuno mentre oggi ad esprimere giudizi si è tacciati di pochezza critico-interpretativa, mancanza di senso dell’opportunità. Non saranno per caso, a leggere precedenti sue dichiarazioni, scrittori come James Joyce, Marcel Proust e perché no anche Oscar Wilde che ebbe a conquistarsi l’agorà proprio con lo scandalo tanto vituperato all’epoca di certo perbenismo.
È vero o falso?
Dice bene.
Cos’è che la fa impazzire di meno e cosa di più considerato che nelle sue narrazioni lei glissa; si cela; si ammanta talvolta di mistero e tal’altra di indifferenza; concede poco della sua attenzione – anzi nessuna – al dej’à vu, alla quotidianità, all’hic et nunc, spesso di poco pregio se specialmente attiene ad aree geografiche prive di respiro quali sono appunto gli Stati della vecchia Europa e ancor peggio quelli di cui si è persa quasi del tutto la memoria?
Non saprei.
Che dirci delle sue favole per adulti, così sapide, gustose; demistificatorie del genere adulatorio; arzigogolate per rendere affascinante la lettura; ancorate a tristi realtà guardate con sospetto perché gravide di prevedibili sciagure; urlate come monito angosciante nel silenzio più profondo di chi attonito le legge; morali nella chiusa; da riso amaro durante l’escursione; educative del rispetto che si deve alla natura; nobili nei propositi che pare avere sposato in quanto anch’essi nobili?
Quale la risposta?
Ha detto tutto lei.
Cos’altro potrebbe dirci invece dei suoi racconti surreali; i patafisici e pantagruelici; i cinematici e cinematografici là dove è dato trovarci una debordante fantasia; una ritrovata voglia di stupefare senza mai edulcorare; un gioco a rimpiattino per adulti che aspirino a coltivare tale tradizione senza che ancora ne conoscano stimmate e struttura; l’abc di quell’incipit che deve necessariamente preludere al tutto pena il dispendio di parole, il rien va et ça c’est tout?
Leggi su Uh Magazine alcune lettres
d'amour
di Ignazio Apolloni
Proprio nulla di più.
Cos’ha da chiarire, posto che ci siano dei dubbi, a quanto si legge e si intuisce nelle sue Lettere a personaggi femminili del passato: i tre volumi che cito in L’amour ne passe pas; Lettres d’amour à moi même; Voyage autour de la femme giusto per aiutarla a rammemorarne l’argomento così pieno di pathos per la sorte di alcuni; l’elevatezza spirituale di altri; la tragica fine di regine; l’avventura tra i ghiacci dell’ignoranza o nel deserto dai più dinamici, perché spinti da una forza interiore, irrefrenabile?
Ci devo pensar su.
Cosa la induce a scrivere anche fiabe; bubbole; raccontini per bambini, a fronte di possibili altri universi narrativi oltre a quelli di cui sopra, già di per sé ricchi di suggestione perché possano essere presi a modello per una nuova e più ricca introspezione; bando alla labile durata; dire fine alla tragedia stile Madame Bovary; un diverso ideale da offrire a bambini e bambine fin dalla loro più tenera età: anche meglio se l’ideale si ispirasse al paladino contro il nulla esistenziale rappresentato, nel fantastico racconto, da Antoine de Saint-Exupéry?
Magari si guardasse all’Universo che non al verso.
Ed infine, almeno per ora, perché ha scritto racconti ambientati a New York e Los Angeles se ha sempre affermato di averci vissuto (non certamente ci si è adattato) così bene da sentirne spesso nostalgia; provato a immergercisi dentro al punto da averci portato il personaggio Gilberte, nella nota Mela, affinché incontrasse rabbini; gioiellieri all’ingrosso e al minuto; personaggi come Stanley Barkan innamorato follemente della Sicilia da averci passato più tempo che altrove fuori degli States: magari perché c’è il MOMA; o forse anche perché è il risultato di ogni forma di immigrazione legittima e clandestina?
La risposta gliela dò nella prossima intervista.


Ignazio Apolloni