░ Gli aerogrammi e la protoscrittura di Zanzotto

Alessandro Carrera
Andrea Zanzotto, poeta degli aerogrammi

Andrea Zanzotto era forse l’ultima persona al mondo che spediva “aerogrammi”, tenui foglietti di carta dai bordi gommati che, una volta scritti, si piegavano a formare un leggerissimo rettangolino. Inventati dalla posta reale dell’Iraq negli anni trenta, erano stati adottati da un ufficiale dell’esercito inglese di stanza nel Medio Oriente per ridurre il peso della posta trasportata per via aerea, e all’inizio si chiamavano air letters. Negli anni novanta non li usava più nessuno, e credo che nessun paese li stampi più, ma alla tabaccheria di Pieve di Soligo dovevano averne una scorta antica, perché erano quasi sempre minutissimi aerogrammi, vere lettere d’aria, che mi arrivavano da Zanzotto mentre lavoravo a due saggi sulla sua poesia che poi ho unito in un libro uscito nel 2004 (Lo spazio materno dell’ispirazione). Con la sua calligrafia da miniaturista riusciva a farci stare un numero incredibile di parole. Quando ho saputo della sua morte sono andato a rivedere la scarna corrispondenza che ho avuto con lui, e per rileggere un paio di lettere ho avuto bisogno di una lente d’ingrandimento. L’ho incontrato di persona una volta sola, ma ci sono poche persone a cui, intellettualmente, devo così tanto.
Era il settembre del 1980, e a Treviso si teneva il Premio Comisso, organizzato da Nico Naldini. La consegna del premio, che quell’anno andò a Luca Canali, era preceduta da un convegno, il cui tema era “Letteratura e musica”. Agostino Lombardo venne a parlare della musicalità della parola nel teatro, Piero Chiara raccontò di Lorenzo Da Ponte. Andrea Zanzotto... No, non mi ricordo di che cosa parlò Andrea Zanzotto, perché io ero seduto proprio di fianco a lui, dovevo intervenire subito dopo su letteratura e musica nel Rinascimento, nient’altro che un pulcino in quella compagnia, ed ero più terrorizzato dalla sua presenza che non da quella di tutti gli altri messi insieme, inclusi Federico Fellini e Giulietta Masina, che erano suoi ospiti in quei giorni e stavano fra il pubblico.
Zanzotto l’avevo scoperto due anni prima, rimanendo assolutamente sbalordito dalla lettura del Galateo in bosco, un libro al quale non ho mai smesso di tornare. Allora non immaginavo nemmeno che alla lingua italiana si potessero far compiere le acrobazie alle quali Zanzotto la sottoponeva, ma senza mai risultare vanamente sperimentale, senza mai preoccuparsi di essere o non essere all’avanguardia di qualcuno o di qualcosa. La poesia di Zanzotto, che poi ho cercato di abbracciare nella sua interezza, tornando indietro fino alla Beltà e alle straordinarie Ecloghe, incluso Dietro il paesaggio, e poi in avanti lungo la trilogia di cui il Galateo era l’inizio e che avrebbe incluso Fosfeni e Idioma, fino all’ultimo Conglomerati del 2009, è stata la più grande avventura del vero modernismo italiano, quello che dialoga da pari a pari con i maggiori interlocutori del Novecento, in Europa, in Inghilterra e oltre Atlantico, proprio perché non dimentica mai, nemmeno per un momento, la tradizione da cui viene, il peso millenario di ogni parola, di ogni accento italiano.
Sotto la pagina di Zanzotto si sente respirare l’intera tradizione lirica da Petrarca al Barocco, dalle pagine migliori dell’Arcadia al “sentimento del tempo” (tempo del linguaggio, della sua epocalità e caducità) inaugurato da Leopardi e compreso da Ungaretti. Ci sono poeti che hanno bisogno di architetture, di proiettare forme in un lotto di terreno che c’è già, per poi riempirle di parole. Nulla di male in questo, ma Zanzotto non aveva tale necessità. A lui bastava scattare dall’interno di una parola comunissima (La perfezione della neve, poesia perfetta come poche) o da un nome ricercato e buffo come “topinambùr”, per scavarci intorno un’intera archeologia di suoni e significati.
In Zanzotto ogni lessema, ogni semantema genera il proprio spazio. Ed è è proprio la nozione di spazio poetico quella che gli devo. In un’intervista su Pessoa condotta da Antonio Tabucchi e ora inclusa in Fantasie d’avvicinamento, Zanzotto affronta il limite supremo per un poeta, l’approdo a una lingua “che non può e non deve mai essere scritta”, che sia il più puro dialetto o il linguaggio infantile (quello che lui chiamava petèl) perché è linguaggio dell’oralità eterna, la quale, diceva, “è anche contatto fisico, immediato, con la «madre», e implicita negazione persino delle «protoscritture» - dalla carezza al graffio - che vengono a «intagliarsi» al corpo”.         
L’intuizione straordinaria di Zanzotto, che mi ha costretto a lavorarci sopra vent’anni, andandola a cercare, oltre che nella sua poesia, anche in Blanchot, Celan, Agostino e Leopardi, è che il primo annuncio della scrittura si situa nel rapporto tra madre e bambino, nei piccoli graffi e carezze che la mano del bambino “incide” sul corpo della madre, quasi rendendosi conto della distanza che ha cominciato a separarli e che con il tempo li allontanerà sempre di più.
È solo una “protoscrittura” (prima di lui il termine era stato usato da Alfred Métraux in chiave antropologica), ma è già uno spazio di significazione d’interpretazione, però materno, e anche se contiene regole implicite (e dunque è già lógos, già discorso), precede di molto l’irruzione sulla scena del lógos paterno, dell’ordine del simbolico e del linguaggio pubblico, istituito e condiviso. Quello che si dicono madre e bambino, con le loro moine, fonemi senza senso e gorgogliamenti, non può essere tradotto in nessuna lingua, tantomeno in quella del padre. E forse è proprio in quella libertà dal discorso paterno che dobbiamo cercare la genesi della poesia. Poi, certo, irrompe Edipo strepitando e inizia la sua lotta. Ma se prima del suo arrivo c’è stato il gioco con la madre, delle carezze e dei graffi, e se quel gioco ha “lasciato il segno”, come doveva, nemmeno la repressione paterna dell’Edipo potrà mai cancellarlo. A dispetto di qualunque censura, il poeta è nato, a condizione però che sappia, come Zanzotto stesso disse in un’intervista del 1980 (era forse di questo che parlò al Premio Comisso?) e che mi mandò nel 1995 per aiutarmi nel lavoro su di lui, di non essere mai “nato abbastanza, di non potersi mai staccare veramente del tutto “dal corpo-psiche mediante il quale è stato reso possibile, e del quale, forse, è soltanto una proiezione, anziché una vera filiazione”.
            C’è un fondo orfico nella poesia di Zanzotto che è veramente senza fondo, e che ci vorranno generazioni di esegeti a esplorare debitamente. È stata manieristica la sua ultima produzione, dopo Idioma? Sì, ma che importa? Per un poeta che ha dato così tanto, amche il manierismo è un colore in più, un diritto acquisito, una promozione ottenuta sul campo.
·[19 ottobre 2011]·

La locandina delle Conversazioni sulla poesia di  Andrea Zanzotto,
organizzate dall' Associazione Luigi Meneghello: 
si terranno il 27 novembre, il 4 dicembre e l'11
presso la Biblioteca Comunale di Malo:
sul paesaggio, con Matteo Giancotti;
sulla beltà, con  Luca Stefanelli;
sul vero, con Francesco Carbognin.
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