AURÉLIA STEINER
Le texte
qui a pour titre Aurélia Steiner est suivi d’un autre texte du même titre.
Aurélia Steiner. Un troisième texte suit qui port également ce titre. (…) On peut, pour plus de
facilité, les désigner, dans l’ordre de l’édition, par les titres: Aurélia
Melbourne, Aurélia Vancouver, Aurélia Paris.
Marguerite Duras (Le navire night, Mercure de France,
1979)
Ø
La langue toquade e
Aurélia Steiner
Un po’ come Borges sospetto che la specie umana – l’unica – stia per
estinguersi, e che Aurélia Steiner perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente
immobile, inutile, incorruttibile, segreta.
Oggetto
inesorabile illimitato e periodico, da seguire in una direzione qualsiasi, come
se la Compagnia di Babilonia [che è
onnipotente e che non solo influisce sulle cose minuscole, sul grido d’un
uccello, su una sfumatura nel colore della ruggine e della polvere, sui sogni e
gli incubi dell’alba, avendo concesso, qui, una giocata fortunata “per
incontrare, nella calma oscurità della propria stanza”, Aurélia Steiner de
Tunis, che cominciava a inquietarci e che non speravamo di rivedere e che
finirà col farsi “fantasma irreprimibile” per il bagliore didonico, e Aurélia
Steiner de Durrës, che, avendo tentato il poeta dell’inseguimento fatale con la
sua Shumë-Shalë, finirà col deliziarlo con lo Shumullar] operasse
affinché il poeta sia in grado di darsi il godimento per il diritto fatale
all’inseguimento di Aurélia Steiner a Barcelona, dove parla catalano[e “traballa de puta i que guanyaria molti
diners” come “la russa Svetlana I. de 28 anys que tè un curriculum acadèmic
impecable i que ha guanyat 6000 euros durant el seu primer mes de prostituta a
l’autovia C-31 de Castelldefelds
(Baix Llobregat)”]; a Napoli,
dove incanta il poeta con un’allure a kamasutra napoletano; o, forse, ancora, a Guayaquil in Ecuador o a Ushuaia,
nella Terra del Fuoco, dove parla quechua; se non a Goa, dove vive un’Aurélia
Steiner che ha uno speciale idioletto fatto di portoghese e di sanscrito:
la langue toquade è infinita, come il numero dei sorteggi della Lotteria di
Babilonia, che non è mai esistita e mai esisterà, secondo una congettura; o
che, esistendo, è nell’Heimlich paludoso e sommerso di Sibari che dispone dei
numeri, del caso e del fato, poiché “la sua vocazione sarebbe di apparire un
giorno come verità, mentre qui si tratta di un destino, vale a dire di un gioco
sempre più realizzato e mai leggibile”, secondo un’altra congettura di cui
riferisce Baudrillard; e che essendo un’interpolazione del caso nell’ordine del
mondo, in tutti gli interstizi dell’ordine sociale, con le imposture, le
astuzie, le manipolazioni, fa del segreto dell’altro, inutile e periodico, se
non inesistente o perfettamente vacuo, l’inesorabilità radicale dell’Heimlich
che è l’analemma fantasmatico del poeta.
Aurélia
Steiner, nella forma eclittica dell’apparire/scomparire, vale a dire nella
discontinuità del tratto che taglia corto con ogni affetto, come dice
Baudrillard, è la sovranità crudele della parure;
fa e disfa le apparenze, con la maschera rituale che continuamente fa evocare e
rievocare la sospensione poetica della sua fragilità, la sua parte maledetta,
pjesë e mallkùar.
![]() |
·[Aurélia Gurmadhi, potrebbe
essere lei la saracena shqiptara che ha l’Heimlich articolato della clandestinità?]· |
Aurélia Steiner di
Durrës:
Pikë e Gazi
Questa
saracena shqiptara non è il luogo del desiderio o dell’alienazione, ma è quello della
vertigine, dell’eclissi, dell’apparizione e della sparizione, il segreto
dell’artificio che va seguito come se fosse la sua ombra; è questa puttana
shqiptara che va circoscritta, in cui bisogna exinscriversi, in questa kurvë del tempo, che consentirà al poeta
di non ripetersi all’infinito, come se fosse, e lo è, la forma estranea di
qualunque evento, di qualunque oggetto o essere fortuito, precessione di tutte
le determinazioni venute da un altrove, illeggibile, indecifrabile, questo
bisogna fottere, questa sua devoluzione, questo marchio dell’Heimlich, dello Shehur, di cui si conosce provenienza e
senso, ma da cui continuamente mi arriva il doppio dell’Heimlich; questa
puttana albanese con la precessione delle sue determinazioni rende illeggibile
e indecifrabile ciò che vedo ogni giorno; Shehurisht.
Ed è questo che sto
inseguendo, questo centro trasparente, è questa la direzione giusta, questo lontano
così prossimo metafisicamente concreto, corporeo, è questo che bisogna
ingrandire, senza trovargli un senso perché non è possibile spiegarlo, ma
piegarlo come si piega virtualmente un pianeta quando passa al Meridiano; o è
un demone, che non è possibile comprendere e definire; o una parte maledetta,
per come, appunto, in questo esserci continuo, sia arbëreshe o shqiptara di fine
millennio, così banale e così estranea, così devoluta in questa precessione
determinativa, in cui dietro l’Heimlich che conosco fa ombra l’Heimlich
shqiptaro, i Shehur-Shqiptar, che, ha questo di essenziale, non ha niente che
lo sostiene per fare un pikë, ma, essendo fatto di questa estraneità radicale,
si fa Unheimlich terribile per come si articola oggetto talmente irredente da
determinarsi, appunto, come parte maledetta, pjesë e mallkùar; partie
sarrasine-shqiptare.
La
“pjesë e mallkùar” di Aurélia Gurmadhi è fatta della radice di mall, che, da un lato, è “nostalgia” e, dall’altro, è “merce”: così
opera questa sua energia inversa, nell’irregolarità delle cose,
nell’accelerazione, nello scatenamento degli effetti, nell’eccesso e nel
paradosso, nell’estraneità radicale, nei concatenamenti inarticolati.
Da
qui la complessità estranea, l’irriducibile, l’incompatibile; e da lì questa
anamorfosi determinata, immobile e non fotografabile: come se Aurélia Gurmadhi,
che sta a Durrës, fosse l’arbëreshe che sta nella sibaritide, metamorfosi
longitudinale da cui esce il suo punto Heimlich, il suo Pikë Shehur, o meglio:
Pikë i Fshehtë; il suo Pikë ha bisogno di questo aggettivo articolato, perché
qui sta la particolarità somatica di questo Heimlich: è l’Heimlich articolato
della clandestinità; Aurélia Gurmadhi che è qui nella Sibaritide ma sta a
Durrës questo fa:
fshion, cancella; fshion, asciuga; fshion,
scopa; ma, essenzialmente, është duke u
fshiuar, sta nascondendosi.
In
questa deterritorializzazione lenta, un prendersi cura da parte dell’oggetto, è come se il tempo,
curvato, le ritornasse sempre in anticipo per questo scarto di minuti che c’è
tra il meridiano di Durrës e quello in cui si fa vedere; come se le mancassero
sempre 12 minuti; questa mancanza o assenza non ha bisogno di alcuna diversione
mistica, né fa sì che la sua estraneità alla propria cultura (ma quale?) sia
troppo grande:
Aurélia
Gurmadhi ha il corpo che non sa dov’è, e la sua mente si esalta per questa
assenza come per un qualcosa che le appartiene(1).
Pikë i
fshehtë, Aurélia Gurmadhi fshik, sfiora; ma sfiora, fshik, perché?
Perché
sfugge all’illusione dell’intimità, perché
ha
questo bagliore di impotenza e di stupefazione
che
manca completamente alla razza della nazione in cui è, che è scaltra, mondana,
alla moda, al corrente di se stessa e dunque senza segreto?
Aurélia
Gurmadhi ha dunque il Pikë i fshehtë, lo Shumë che è il molto; lo Shumta, che è il massimo;
l’assai di Ajnos; il Gaz, l’albanese Gaudium; il Vakanda dei Sioux;
l’indicibile, il sorprendente dello Zahir; questo bagliore, questo Shkreptimë i
pafuqshëm, impotente e stupefatto, çuditur, con cui fshik il meridiano del poeta, non lo stringe, né lo allaccia, no,
Aurélia as shtrëngon, as mbërthen; Aurélia fshik, ikullorja shkrepëtim (2).
Asaj kam përgjigiur (3):
Il
mezzopunto, che è il punctus et semis,
che fu chiamato Distinzione da Bembo
così da formalizzare il Puntocoma,
allarga la logica e affina l’introspezione:è il vostro sensuoso momento del
trionfo.
Il
vostro “per-me” infinito vi permette di sottrarvi allo sgomento della
conclusione; così come è il vostro passo, questo muoversi a mezzopunto, a
“gocciolona”; sì, del Bonheur, del momento sospeso che, alla concisione, al
rigore e alla finitezza del passo legato, interpone la leggerezza del
camminare.
“Hap”
del “per-me”, për mua, che “happika”
i significanti dell’immagine, la fa centrare, la fa mettere a fuoco, permette
lo scatto giusto:
come
il “punto e virgola”che apre e chiude lo scatto,
il
vostro Hap, che è il momento del
“punto e virgola”, apre, appunto: hap,
e chiude, questo aprirsi, questo allargamento appeso; “happikato”, si potrebbe
dire in un dialetto che voi arbëreshe conoscete bene, come appunto è appoggiato
alla sua gruccia il punto e virgola; o il “punto in alto” dei greci; che
supporta apposizioni piene di sottigliezze; permuta desideri e capricci; lustra
quello scatto giusto sospendendolo eternamente e rendendolo inconfutabile
all’infinito; sorregge apostrofi ed enfasi, esitazioni e ripieghi, rilassi e
sospensivi.
Questo
passo ha una modulazione e un crescendo percepibili in un minimo di attenzione ai gesti: ho
seguito le vostre caratteristiche monodiche, perentorie ma anche sinuose e
insidiose; sospese tra la distorsione e un possibile, furtivo, inganno.
È
il passo che coordina e dilaziona; ha la durata del punto e il suo identico
valore ma evita la sua irruenza o una momentanea conclusione impossibile.
Ha
quella finitezza concisa dell’allargamento che è fatto solo per chi vi sta
desiderando; è quella “gocciolona”, la “Shumëpikë”, del momento sospeso(4), che –
trionfo del Bonheur o dello Shumë për mua – è diretto perentoriamente a chi ne
deve riconoscere la luce, il bagliore, lo Shkreptimë, e mettere a fuoco la
parte maledetta, la “pjesë e mallkùar”, per farsi lo scatto giusto, ovvero il
suo mezzopunto, la sua Shumëpikë.
Aurélia Gurmadhi sa
che la ritroverò ancora senza andarla a cercare a Durrës all’“Adriatik”; o dalla
parte della Rotonda sul mare; o verso le rovine dell’Anfiteatro: lei, quella
che ho incontrato stamattina in città, e che ho guardato; per i suoi jeans
tesi; per come si appigliavano al corpo, forse, e per il suo Shumë-stil, derr-kurvë,
mezzopunto della goccia, pikë i fshetë del mio meridiano; la ritroverò nel
labirinto della città, a Durrës come qui, “secondo una sorta di congiuntura
astrale(perché la città è curva, perché il tempo è curvo, perché la regola del
gioco riporta necessariamente i partner sulla stessa orbita)”(5); ma anche
perché, essendo il “pikë i fshetë” del meridiano, avendo l’allure, lo
Shumë-stil del Golfo di Durrës, questo conno shqiptaro o arbëreshe, le
“vrai-con-arabesque”(6), che ha l’aria dolcissima ma obliqua del Golfo di
Durazzo, in questa sera d’estate in cui il terribile sgomento balcanico si fa
più tenero e balneare, ma senza per questo cessare, ritornerà per sfiorare;
fshik; o: çik il mio meridiano che è teso tra il meridiano medio a 16°30’ E
della Sibaritide e quello di Durrës a 19°30’:
il Bonheur
çik; Aurélia Gurmadhi fshik quando irrompe al Meridiano il pikë che si è fatto
pikë kohòr, punto temporale, dello Shumë durrësar (7).
Aurélia Gurgur, cette lumière à la pointe du jour,
dans laquelle elle mouille les jeans,
traversera la ville.
Je la vois rejoindre le «dok»; la
Petite-Aubaine arbëreshe qui a l’allure du point-virgule; qui a, aussi, un
prapanicë qui donne le
Bonheur au monde, un étroit de Durrës qui touche, çik, l’obliquità balcanique;
ce Shumë qui est là, mais il est ailleurs; Petite Punaise, délice des deux mers;
Pikë qui courbe le temps de mon Méridien; Pikë-Shumë de mon Méridien;
Kurvëshumë arbëreshe; Fshik-Méridien; Bythë i butësie; i Lezetshëm kurvë-kurvë
shqiptar; kopile madhështore; Hap-pikë afër doku; Pikë e Gazi (8).
[ v.s. gaudio]
1 Cfr. Jean Baudrillard, L’esotismo radicale, in: J. B., La trasparenza del male, trad. it.,
Sugarco edizioni, Milano 1991.
2 Aurélia “né stringe, né
allaccia; Aurélia sfiora, fuggevole baleno”.
3 “Le ho risposto”.
4 Per tutte le considerazioni
sulla punteggiatura, per la “gocciolona” e il “sensuoso momento del trionfo”,
cfr. Jole Tognelli, Introduzione all’Ars
Punctandi, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1963; in particolare, vedi il
capitolo Punto e virgola, pp. 129-135.
5 Jean Baudrillard, trad. it.
cit., p. 173.
6 Che, se letto un po’ con
l’accento, la cadenza shqiptara o arbëreshe o del dialetto del delta del
Saraceno, facendo “lë vrë-kon rabbèshk”,
da un lato 1) alluderebbe al “vrëkonë arabesco”, che è la commutazione di
genere che si ha quando c’è il “principio di deplezione” ad attivare il
fantasma e il gazmend: il “vergone arabesco” sarebbe, appunto, il vero conno
(il connone) arabesco; dall’altro, 2) per il passaggio dalla fricativa
labiodentale sonora (= v) alla
fricativa labiodentale sorda (= f)
darebbe il “fërkonë rabeshk”, che è, per il verbo “fërkonj” = “fregare”,
“frizionare”, il “fregone – ossia il fregnone – arabesco”. Questa sottesa, un
po’ shehur, spinta seduttiva del “vrë-kon rabbèshk” si nasconde anche nel verbo
vë, “mettere”, che, al congiuntivo presente ha “të vërë” (= che egli
metta) e, meglio ancora, con l’imperativo, essendo “vër” = “metti”, dona al
“con arabesque” il punctum imperativo: “vër”, “metti”!
7 Lo Shumë-stil, o lo Shumë
durrësar, ha qualcosa del movimento ondulatorio, quell’infinito rumeno, in
cui l’orizzonte è da qualche parte, e il passo è come se fosse un animo che
sale e che scende, tra altipiani e valli; lo spazio mioritico di Lucian Blaga che, come lo Shumë-stil dell’hap-pikë-e-presje,
ha questa abissalità dell’assenza: l’arbëreshe, l’arabesca, epifania
dell’invisibile, che è colto con il Sofianico,
il “trascendente che scende” in Blaga è qui l’arbëreshe discesa del pikë i fshetë, bagnato godimento,
“gazmend”, o ngasje, “tentazione”,
che “ngas”, tocca, l’invisibile godimento che è colto dall’occhio sofianico del
poeta. Per quanto di micidiale, di terribile, di perentorio ci sia nel
punctum-imperativo della ngashënj del
“vrai-con arabesque”, e per quanto è ormai del tutto visibile in questo gazmend i lagur-i fshehtë, in questo
godimento bagnato-clandestino, non si può, con questo Shumë durrësar, non
somatizzare “le vrai-con durresien” con Jeanne d’Anjou-Durrës, I e II a
piacimento, che, essendo regina di Napoli, dopo aver dato il “gazmend i fshehtë”
ad ogni tipo di pingone reclutato tra i sudditi di Amantea colmava la misura
del gaz facendogli fare l’ultimo bagno nel mar
Tirreno; difatti, come abbiamo visto alla nota precedente, oltre che a “vër” di
“mettere”, c’è un altro punctum-imperativo che connota il “con durresien”:
l’imperativo “vret” = “uccidi”. È la concretizzazione dell’“abissalità
dell’assenza”: lo Shumë-stil comprende anche questa pulsione del farsi bagnare, tanto più sadica che il farsi bagnare che va verso il soggetto che tenta, “që ngas”,
reinveste il soggetto sedotto, “ngasur”, che, non avendo la pulsione del farsi bagnare attiva, l’avrà in dono da
Sua Maestà i Shumë-durrësar come forma passivo-riflessiva, tanto che si dirà di
lui con l’ammirativo imperfetto: “u lagkësh”, “ah, si era bagnato”… i
ngasur, “il goduto”!
Per lo “spazio mioritico”, cfr. Lucian Blaga, Lo spazio mioritico, trad. it., Edizioni
dell’Orso, Alessandria 1994; per la presenza dello spazio mioritico e la
visione sofianica nell’ambito albanese e arbëreshe, vedi Gisèle Vanhese, Spazio balcanico e tipologia della cultura,
in Albanistica 2, Quaderni del
Dipartimento di Linguistica, Università della Calabria, Herder, Roma 1997; per
il godimento bagnato, cfr. anche V.S. Gaudio, La Regina Zoofila, il kamasutra equino di Giovanna d’Angiò, in Id.,
Druuna e il culo di Gnesa, Storie falliche e amorose
indagini con un test, ©
1996.
8 Ritorna qui questo “Bythë butë”,
che, ora, è “culo della tenerezza”; ritorna il raddoppiamento del sostantivo
per “kurvë-kurvë” che qui è un “delizioso puttanone albanese”; ritorna l’hap
del passo che apre e che allarga, tanto che, ora, essendo “happikë”, è
l’“allargamento vicino alla darsena”: una deissi che concretizza la posizione
del “Pikëshumë”, del superpunto, del méridien. “Pikë e Gazi”, che ha assonanza
con il dialetto del Delta del Saraceno non solo con “Pica-caz” (= “Appende
cazzi”) ma anche con “Pikë e Gâzë” (= “Appende e Alza”), è il punto (bagnato) del Gaudio, del Bonheur,
per l’appunto: virtù paradigmatica estesa questa della lingua di Aurélia
Gurmadhi che, in un semplice sintagma nominale, fa entrare il doppio, se non
triplo, senso del “Gaz” del Delta del Saraceno: Gas, Gaz e Gâzë, lo “Shumta-Gaz”, non c’è che dire.
Il Gaudio Assoluto!