Il trillo.Lo stile linguistico di Aurélia M Gurgur ⁞

Il rotacismo fricativo nel Ciummuloz di Aurélia Gurgur 
I valori delle misurazioni di alcune parole, in determinate frasi, abitualmente pronunciate da Aurélia, non si attengono a nessun valore medio che si possa per esempio rilevare nelle parlate dei vari paesi arbëresh o, se si vuole, a Durrës stessa(naturalmente in soggetti della stessa classe d’età); non si può né dire che la sua parola “shkat”(=”ccëkkât”) possa far registrare un valore standard, che so, attestato su 20-22 o 15-16 microsecondi.
Poi, in lei, più che il vocalismo alto per la i anteriore, che c’è ad esempio nella parlata standard di Shën Vasili, prevale, questo sì, un alto grado di sovrapposizione (vocalico), come, appunto, avviene nel caso del luogo arbëresh anzidetto.
Ma il suo stile è come la sua andatura, che non è quella di ecënj (=’cammino’), ma quello di hap (=’apro’) anche e quando usa, nel camminare, “ecënj”, l’abbiamo visto, non può che farlo a modo suo: “ezhénzì”; che, insomma, fa proprio sentire in che modo i jeans le stiano addosso come una lettera fricativa sibilante sonora. Che, poi, quando vuole fare un passo un po’ più occlusivo che fa Aurélia Gurmadhi se non nganj, che è per lei nganzì: ancora un tratto-dentro del suo pikëkoma”, o del suo “clivis del trillo”?
La risonanza vocalica di Aurélia, diciamo quella che può essere intesa come “span” o intervallo fonetico,tutta contenuta, fatta fluire nella “mulerìa” o nella “mullarìa”, a seconda dei tempi della pulsione prevalente, ha una maggiore intensità negli ultimi due segmenti della parola; lei parte da spans di risonanza minore e poi alza fricando, sibilando, occludendo, la penultima e l’ultima sillaba della parola, oppure la parte centrale e conclusiva del sintagma.
Per intenderci, mostriamo un semplice grafico, con sull’ascissa la durata relativa, non quantizzata, e sull’ordinata non i lati fondamentali del trapezio vocalico di Daniel Jones, disposti in modo lineare ma un semplice grado di risonanza virtuale, in cui l’attacco fonatorio è sostanzialmente a bassa risonanza come avviene nel dialetto del Delta del Saraceno, poi c’è una span alta che si alza, ma è un poco sotto o sopra l’ultimo tratto, per farsi sentire (o “vedere”), a seconda che l’intensità fonologicamente distintiva abbia una determinata lunghezza dell’accento.





Si vede come dagli esempi, essendo il rotacismo vibrante, da una parte, e il sibilare fricativo, dall’altra, gli elementi distintivi del suo stile linguistico, si possa definire la sua parlata essenzialmente tesa con un’asimmetria delle dimensioni che, per questo, la dota di un rilevante punctum, di quello stesso senso ottuso inerente al suo modo di camminare:
tra il trillo, o lo stridulo, della dimensione sibilante fricativa e il grave della dimensione fricativa labiodentale, il teso, con cui fa vibrare anche l’alveolare semplice (che, sì, non ha la “compattezza”, che perde dalla trasformazione della occlusiva bilabiale sorda p in sonora b ma che, per questa commutazione, aggiunge più “sonorità”, recuperando, poi, il compatto con il frequente, massiccio, uso di k, g, z, s), è la chiave (la “clivis del tremolo”, appunto) di questo stile linguistico “shumëpikë”(cioè, come dice Aurélia: “cciûmmbîkë”), che tende  in alto, a lato, sospende, strappa come fa con la sua allure-gocciolona; il tremolo del suo inquietante analemma, lo “shehur” doppio del bëhem-Mulë e del bëhem-Mullar.
da: v.s.gaudio Il Ciummulôz di Aurélia Gurmadhi:
la parlata asimmetrica dello Shehur shqiptaro
in: idem Aurélia M Gurgur.Aurélia Steiner de Durrës ©2006uhbook on Issuu 2015 ;uhbook on Calaméo 2005


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