Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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martedì 24 dicembre 2013

Ettore Bonessio di Terzet ♦ La corporeità dell'Artepoesia™

La corporeità dell’Artepoesia
Noi possediamo una corporeità, quello che chiamiamo comunemente corpo. Questa corporeità è la parte che muore,  che seppelliamo o bruciamo e che ricordiamo come “il defunto”. In vero questa corporeità, una volta morta, non è più niente se non ossa.
La nostra sostanzialità consiste invece nel corpo solido vivente, quello che ci fa essere quello che siamo veramente. Questo corpo solido vivente è un corpo interiore che è la sintesi del nostro Io e del Permanente. Se vogliamo, possiamo dire che è il nostro Io e la Coscienza sintetizzati: questa parte è la parte immortale dell’uomo che, morta la corporeità, continua a vivere, ad essere energia e a prolungare eternamente la propria vocazione, la ragione per cui è venuto su questa terra nostra.
Il Permanente (parte divina) è ciò che suggerisce all’ Io il da farsi, il senso della propria identità della nostra vocazione in terra, del significato della vita e dell’operare ed agire verso noi stessi e gli altri. Se l’Io (parte umana) lo desidera, se vuole seguire la voce la parola della parte divina.
Gli artisti sono i primi a sapere e capire che siamo costituiti in tale modo e sanno che la loro opera d’arte è in parte dovuta ad essi, in parte dovuta al divino in loro parlante. Come la voce del dolore che trasforma la vita in Ungaretti e il fanciullino di Pascoli.
La libertà dell’uomo consiste nel far prevalere la parte umana oppure di renderla aperta alla parte divina. Coloro che la aprono completamente, noi li chiamiamo santi, perché vivono come esempio del divino, come dovrebbero vivere tutti gli esseri umani. Coloro che chiudono alla parte divina rimangono “animali” nella scala evolutiva verso il completamento divino come era in principio, prima della storia. Eravamo divini, immortali e ne portiamo il ricordo e la memoria, senza sapere che cosa sia successo perché siamo pervenuti a questa situazione di morte. Ma sappiamo, molti non tutti, che dobbiamo risalire con fatica materiale e spirituale verso quello stato iniziale che ci è proprio. Gli artisti questo lo hanno capito come i santi e coloro che hanno avuto fiducia nella parola del corpo solido vivente.
Certamente anche i santi e gli artisti sono e rimangono umani mentre vivono la loro corporeità e si devono distinguere dalla loro opera. Questa è innocente, intoccabile, non estinguibile, la loro corporeità al contrario rimane attaccabile e degradabile. Ma l’opera riscatta ogni errore o colpa dell’uomo corporeo. La voce del corpo solido vivente la sorregge e la preserva in quanto opera dell’uomo che non si è sentito autosufficiente, che ha capito che necessitava di aiuto, che lavorando insieme sarebbe pervenuto al compimento dell’opera. Compimento ancora imperfetto rispetto all’idea che l’uomo aveva dentro (il capolavoro) e che non sarà mai finita qui, ma compiuta altrove. Questo sapevano Matisse e Picasso quando concordavano che dipingevano perché erano alla ricerca dell’atmosfera della prima comunione.
Ma l’atmosfera bisogna trasformarla in idea altrimenti rimane solo una inutile vuota idiozia. Bisogna saper accogliere un’idea-centrale, capirla e con i mezzi propri dell’attività scelta, tentarne la realizzazione. Ad idea-centrale corrisponde significato-centrale attorniato da altri significati. Necessita trovare i vari significati insiti nell’ opera d’artepoesia per ricercare il significato-centrale e non addurre significati estranei all’ opera, per lo più bizzarri e fuorvianti.
All’ermeneutica conviene essere più attenta eticamente ed etimologicamente.
L’Arte come Dio è un’idea.
Dio è un’idea completata e realizzata, a cui occorre una unica parola per una sola volta per compiere un’opera vivente. Idea che si svolge in autosufficienza e che non sarà mai raggiunta totalmente dall’uomo che vive anche della contingenza. I santi lo sanno e lo capiscono.
L’Arte è un’idea realizzata non completata. Ecco perché l’artista sa che deve continuare a creare un’opera per tutta la vita contingente assieme con il Permanente per migliorare continuamente l’opera che a sua volta migliora, direttamente e indirettamente, il mondo. Come sostiene Auden.
Sta qui la differenza tra l’Artista il Santo e Dio.
Ma il Permanente (che è totale) non permette alla contingenza (che è parziale) di vincere nella lotta che l’uomo combatte al suo interno, per cui le opere degli artisti e dei santi sono quelle che rimangono nella storia del mondo, modello imperfetto ma aprente al modello perfetto.
L’imperfezione dell’opera dell’artista (e del santo) non sminuisce la sua importanza per la vita dell’uomo, in quanto pur imperfette queste opere sono il limite massimo a cui possa pervenire l’essere.


da: Ettore Bonessio di Terzet ► PENSANDO L’ARTEPOESIA

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