Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

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domenica 5 luglio 2015

Il telegramma di Nadiella Campana □

Il telegramma dimenticato di Nadiella)
In memoria di Nadia Campana
a 30 anni dalla sua scomparsa
e a 36 anni dal suo perduto telegramma
 
Via Barberia- Bologna
Ricordo che faceva caldo quando ricevetti quel telegramma di Nadia. E ricordo che ero nella controra in via Alfieri a Torino e, con il telegramma in mano, entrai ai Telefoni di Stato e le telefonai a Bologna in via Barberia 15 allo 051-237809.
E le compagne di studi, c’era anche la figlia di Giampaolo Piccari, quello che faceva “Quinta Generazione” a Forlì, forse fu proprio lei a rispondermi quel giorno e mi disse che non c’era. Ed ero incazzatissimo. Tanto che mi misi, poi, a parlare, con uno dei centralinisti dei Telefoni di Stato, del telegramma che mi aveva fatto.
Palazzo delle Poste e Telegrafi -Torino
via Alfieri

Io, adesso, non so proprio che cazzo avesse scritto in quel telegramma Nadia, ma ricordo che ero incazzato. E vedere Gaudio incazzato nella città dell’esemplare unico sabaudo era praticamente impossibile negli anni di piombo. Tanto che anche i centralinisti, ai Telefoni di Stato[ che mi conoscevano bene per via del fatto che usavo il topos per fare le comunicazioni “R” con alcuni giornali dell’Editoriale del Corriere della Sera], erano addolorati o quantomeno sconcertati nel vedermi così incazzato.
Quel telegramma sarà ancora deposto da qualche parte, o è andato perduto, forse l’avrò abbandonato nella mansarda quando all’improvviso abbandonai Torino, o l’avrò messo tra chissà quali carte o l’avrò bruciato come la lettera d’amore tanto Heimlich d’una tacita amante.
Io ricordo l’aria che c’era quel pomeriggio in via Alfieri ed eravamo nel mese di giugno, forse come oggi che scrivo e so che tutt’intero ero pervaso dall’unico esemplare sabaudo, col suo vestitino col cinturino nero e gli occhiali da sole, e quel pondus e quel passo, con quel passo non dimenticherò mai le pietre di Torino, la Cittadella, la densa esistenza di quel podice sabaudo sotto i portici di via Cernaia, dove, spesso, incrociavo Bruno Lauzi, e vedevo già da lontano la sua chitarra, scendeva a Porta Susa per andare a registrare in Rai in via Verdi.
C’erano terre di nessuno come placide insenature, le nostalgie navigavano in cielo, nella controra a Torino spesso prima di arrivare in via Po da Piazza Castello ero come al circo un acrobata che si prepara all’ardito tuffo nel vuoto, di là c’è il mare questa dolorosa dolcezza d’acqua sentivo addosso lentamente fino alle lacrime, un uomo, quando riceve un telegramma fra notte e silenzio, tra spade e tripudio del cielo, tra solstizio e l’elicottero di Agnelli, non è più un poeta; ero dimagrito molto, ricordi?[mi mancava il triptofano, lo sai no?, per via di quella storia finita com’è finita con la ginnasta russa e anche adesso che me la meno alla Platone, io che son della terra di Pitagora, con la nipote di un noto politico della Democrazia Cristiana che non è proprio il partito che mi fa venire l’erizzo, anche con tutti gli amminoacidi essenziali a posto] Per questo galleggiavo per le vie di Torino leggero e nel mio cuore passavano le navi nel deserto.
Feci leggere il telegramma anche alla mia amica centralinista, e le chiesi se si può dire questo a un poeta, e lei aveva un vestito di color bianco azzurro e le guardai i seni colmi e forse le dissi parlerò per te in tre lingue: uretrale, fallico e francese.
E ricordo che lei si mise a piangere, questo lo ricordo, ma non ricordo niente, né una parola, nemmeno il paradigma del tuo telegramma, e la mia amica mi disse: “Ma a che serve tutto questo morderti l’anima se poi non potrà mai strapparti i …?”
Io – questo lo ricordo – le guardai le mani, aveva  mani che sapevano di utero e seni e fu per questo forse che le dissi: “Ti pare che ci siano donne a Torino ad aspettare sotto il davanzale il mio prepuzio?”

Tanto che lei fu allora che si mise a ridere e ce ne andammo poi, ‘chè il suo turno era finito, a prenderci un gelato da “Fiorio” in via Po, con la gioia a pelo dell’acqua per me; e il gaudio a pelo del podice per lei.