Uh Magazine 2nd Long Summer

Uh Magazine 2nd Long Summer
in arrivo col solstizio su "Uh Magazine"

mercoledì 19 giugno 2013

Dinner table


























   Mick Jagger, William S. Burroughs and Andy Warhol awkwardly looking into their plates at the dinner table.

                                                                             from morgy tepsic
                                                           MORGY TEPSIC

sabato 15 giugno 2013

V.S.Gaudio • Se c'è oro o polvere...



Se c’è oro o polvere
o quest’estasi che nel crepuscolo

1 marzo 1985

Se c’è oro o polvere…è apparso per la prima volta in “Atti della 3^ Biennale di Alessandria”, Edizioni Amnesia, Alessandria 1986; vedi anche: “Prospettive Culturali”, anno XIII, n.n.2-3, aprile-settembre 1988,Società Editrice Napoletana, Napoli.


1.
la notte se è di ferro
dentro l’universo o lo specchio
che lo moltiplica e l’acqua che sa di fango

2.
se c’è oro o polvere
tempo che disegna il ricordo
l’ombra che la luce stringe

3.
o quest’estasi che nel crepuscolo
illude e fa pieno l’istante
non dirmi se il sole sa d’acqua


4.
una voce infinita, più docile è il mare
che non è fuoco o sogno e nemmeno amore
non c’è lampo che guizza e non morde


5.
misura o trama il lago all’alba
sbianca sorprese e cava sillabe, artifici
già cade l’autunno traccia storie
non ha colori quando dorme
la palpebra sigilla simulacri

6.
non c’è angoscia o sguardo
la luce è tenera, tempo che se fruga
non fa vago il mondo o se c’è terriccio
sul ponte, l’ombra che con brio stende
il giallo, seno fatto di tango

7.
o se suona il tempo afferra l’eco
o vibra ciò che poi si ritrova
l’ombra, l’episodio, la fiaba
o amor che già ieri vago e rosso

8.
mi sciorini il senso, se fossi petto
con grifi e lance azzurro che
a nord o a sud cavalca nel vento
ma sei sera quieto approdo
o pianura che l’acqua ha e cieli di silenzio


da: V.S. Gaudio
Bianca deissi o azzurra

Staz Lindes (wearing Chromat) for the new issue of Unlimited



giovedì 13 giugno 2013

Vincent van Gogh • Letter to Paul Gauguin

Vincent van Gogh (1853–1890)
Autograph letter, dated 17 October 1888, to Paul Gauguin
Eagerly anticipating Gauguin’s impending visit, van Gogh promised that en route from Pont-Aven to Arles his friend would see “miles and miles of countryside of different kinds with autumn splendors.” Van Gogh reported that a recent bout of eyestrain forced him to remain indoors and paint an interior “with a simplicity à la Seurat.” This painting was The Bedroom—sketched and vividly described here—in which he “had wished to express utter repose with all these very different tones.” Van Gogh expressed his desire to talk with Gauguin about this and other paintings, admitting that “I often don’t know what I’m doing, working almost like a sleepwalker.” Two months after Gauguin’s arrival, their fierce quarrels about art ended the painters’ intense friendship.
The Morgan Library

martedì 11 giugno 2013

Il bagliore didonico e il vento

Fonte:getyourhandsoutofmycookiejar
L’immagine così pesante 

l’oggetto o questa immagine fotografica che si rigira verso il poeta
non si oppone al reale ne costituisce un altro
più sottile che avvolge la prima immagine del segno
della sua scomparsa il melone d’acqua è la soluzione
quasi totale del mondo in cui corre l’ Heimlich inafferrabile
che si spacca per i colpi del Jésuve,
vuoi che l’ esagramma sostituito sia Ta Ko 
vuoi che sia Hong è sempre l’alterità radicale
di questo culo-cosa che riesumato tra le altre cose,
tutte estranee le une alle altre ma complici,
tutte opache ma funzionali, spunta al meridiano
come attrattore strano continuamente spaccato
e contemporaneamente così maturo e irredento
il globo della durata e della trave maestra
questa immagine così pesante che il poeta
porta fino alla vista inespugnabile del suo farsi
oggetto radicale che evidenzia il cammino
del farsi incontro e il perseverare
nell’orbita di un globo che ruota
per il culo-cosa che è dentro il paradigma dell’immagine così pesante guarda questa
Il bagliore didonico…degli occhiali 

Il Nove al secondo posto nelll’esagramma somatico 28. Ta Ko. La Preponderanza del Grande è il legno che sta accanto all’acqua, un albero di pioppo secco che getta un germoglio di radice, è come se il visionatore o il poeta ottenesse in moglie una giovane donzella, ed è questo che affascina e turba l’occhio del visionatore, così tanto che la pregnanza alta al terzo posto, la trave maestra che si piega, o forse l’iconicità che non è definita, né definitiva, essendo l’oggetto giovane e in formazione, ma, come dire?, sembra che vada oltre il vertice del capo, come se l’oggetto a al meridiano passasse attraverso l’acqua. La “preponderanza del grande”, che è il numero 28 nell’I Ching, ma anche un po’ la “durata” che c’è nell’esagramma 32.Hong: c’è sotto sempre il vento, come trigramma di base, e sopra è il lago o il tuono. Nell’immagine così pesante che si vede per come fronteggia l’obiettivo, questa alterità radicale, una volta che l’oggetto a fa il passaggio bagnato al meridiano, ha questo di radicale o di irredento, il culo-cosa che, frontalmente, è leggibile nel Nove o nel Sei al quinto posto: se è il Lago, e la complessità è bassa perché la giovinezza è sfacciatamente visibile e a fior di pelle; se è il Tuono, e la complessità è alta perché la giovinezza è iconicamente immediata. Questo c’è scritto, in faccia, quando un poeta lo incontra o è turbato da un “oggetto narcisistico”, il tenero sta giù, ed è il codice ristretto della fanciulla al Sei iniziale che si dà con la “carica connotativa” di questa sua tenerezza è iconicamente evidente tutta nella sensorialità e nella pelle dell’esserci con cui la pulsione dello stringere fa passare al meridiano del poeta il “globo che ruota”. Si tratta, in sostanza, del “bagliore di Didone”, che è connesso alla pulsione del “farsi-mula” per Aineas, da cui l’enigma, l’accenno oscuro, sta dietro: la libido degli osservatori, degli inseguitori, dei pedinatori, dei poeti e dei marinai da cosa viene perennemente allettata? Ma dal “bagliore didonico”…degli occhiali!

venerdì 7 giugno 2013

Giallo Saraceno • L'enigma televisivo del GHB



L’enigma della satiriasi suicida

Apparentemente, V. era un suicida. Dose eccessiva di GHB. Eppure, c’era qualcosa che non quadrava per il maresciallo, o luogotenente, come lo chiamava l’assistente unep dell’ex  pretura distaccata dell’ex pretura circondariale. Forse era la posizione del corpo. Era dentro l’apparecchio televisivo, un vecchio modello, di quelli che potevi ficcarci dentro qualcosa, specialmente da dietro. Ma qui non solo la testa sporgeva fuori ma anche il fallo. E, per Dio, che fallo! Che magnifico strumento! Che erezione! Quanto cazzo di GHB ha preso ‘sto coglione?! Per terra c’è un messaggio enigmatico, tipico di un suicida: “Cara S., sono allergico ai programmi della Rai, non la sopporto proprio ‘sta compagnia torinese che abita dentro l’agenzia delle entrate della provincia di Torino nel palazzo sequestrato perché cancerogeno e trasmette da Roma e fa diventare giornalisti professionisti tecnici del suono e commessi delle curie locali, ogni diocesi un tot a seconda dell’area amministrata. E così ho deciso di farla finita. Ti lascio tutto il patrimonio inesistente, che, per quanto riguarda l’ascendenza, è stato sottratto all’origine e, per quanto riguarda le immobilizzazioni immateriali non solo disneyane, è stato tutto omesso non solo all’origine. Non darti pena per me, ma provvedi a trovarti un pene per te. Preferisco essere morto che, non solo continuare a chiavarti ma, piuttosto , che continuare a pagare l’affitto che non attiene a nessuna regola, come ai tempi dell’equo canone, ti ricordi?, quell’usuraio del venditore di granaglie, che faceva pure il conciliatore nello sgabuzzino in cui pesava i sacchi di granone e orzo per le galline, non sapeva neanche cosa fosse, insieme al suo complice di carriera, l’addetto alla pretura distaccata del cavallo fortunato, che fece definire il calcolo dell’equo canone sulla base fissata  dal locatore sul contratto, mai visto dal conduttore, depositato all’ufficio del registro con la mia firma debitamente falsificata. Addio.
P.S. Forse questo non è il momento adatto per parlarne, ma ho ragione di sospettare che tua sorella se la intenda, una, con quell’asino del vicino e, l’altra, con quel cane di quello che sta più a est.”
S. si morse nervosamente il labbro inferiore.
“Cosa ne pensa di questo, luogotenente, come la chiama quell’ex assistente unep che affiggeva sulle porte di ignari cittadini buste con la scritta “Stamperia Reale di Roma”?”
Il maresciallo guardò i tubetti di GHB sul comodino(1).
“Da quanto tempo ce l’aveva duro suo marito?”
“Da anni. Era un’erezione psicosomatica. Ed ereditaria. Anche il nonno era affetto da satiriasi. Come chiudeva gli occhi, il fallo si rizzava. E il bello è che non poteva nemmeno passeggiare o scrivere poesie…”
Il maresciallo notò un bicchiere di latte mezzo pieno sulla scrivania. Era ancora caldo.
“Signora S.  sua figlia è ancora all’università?”
“Temo di no. E’ stata espulsa  l’anno scorso, insieme a un docente e a un giornalista professionista, per comportamento immorale. E’ stata una sorpresa per noi. L’hanno colta mentre tentava di immergere un giornalista nano in un apparecchio televisivo sintonizzato  su rai3. E’ una cosa che non sopportano nemmeno all’università della Calabria…”
“E una cosa che non sopporto io è l’omicidio. Sua figlia è in arresto.”
Il GHB non fa scrivere poesie...

Perché il maresciallo, o il luogotenente 
come lo chiama l’assistente unep 
che affigge le buste con su stampato 
“Stamperia Reale di Roma” 
con dentro un foglietto tagliato a metà 
stampato dalla tipografia Baudano, 
tuttora inesistente a Torino, 
sospettò che la figlia di S. 
avesse assassinato suo padre?
Il corpo del signor V. fu trovato con il fallo eretto al 4° grado della scala di Eric Berne, l’orgoglio peyronico, e il televisore sintonizzato su rai3. Un uomo che guarda rai3 non potrebbe mai essere affetto da satiriasi.

(1) Il GHB è conosciuto negli USA anche come "G", "Juice", "Liquid X" o "Liquid E" e meno come "Gamma-Oh", "Georgia Homeboy", "Georgia Detwiler", "Blue Verve", "Gamma-G", "Qi", "scoop", "goop" o "gerb". In Italia è conosciuto anche come GBL.




Lebenswelt di V.S. Gaudio con Woody Allen

lunedì 3 giugno 2013

V.S.Gaudio • Niusia è una macchina del mullar come Lucia Castagna?


V.S.Gaudio, Introduzione a
Ignazio Apolloni, Niusia, 2^ edizione,  Palermo 2012: pag. 7


Niusia, l’oggetto a che ci sogna,  è una macchina del mullar come Lucia Castagna?

D’altra parte, Niusia, nell’oggetto a del poeta che le scrive nel terzo millennio, entra perché esorcizza il proprio sguardo e il proprio giudizio, gode in definitiva della propria assenza: tra il socievole e la cortesia, il progresso graduale di Niusia si sviluppa per un’avventura che non è per niente favolosa, un po’ come sarà per la Lucia Castagna, che verrà dopo, del Piero Chiara de I Promessi Sposi[i], che è  “in un reale in cui i rapporti di classe sono al tempo stesso brutali e indiretti, secondo l’opposizione radicale fra sfruttatori e sfruttati passano nel romanzo come se incrociassero il passo con Balzac”[ii]: il supplemento, che avrebbe potuto essere una sorta di fuori-senso di crudezza ed è invece un supplemento di dissolutezza, che così come avviene in Sade fa da operatore di linguaggio. Il supplemento è quella parte del linguaggio che riversa sull’enunciato ed è  l’Altro, con questa crudezza ambigua che svela la sessualità, che, vai a verificare, è sempre nel bioritmo sanguigno della protagonista, sia questa Lucia o Niusia, senza che accada nulla nell’ordine dell’impossibile o della sfrenatezza o dell’inverosimiglianza. In effetti, cosa trasgredisce Niusia, il diritto coniugale no, la promessa nemmeno, e quindi come avrebbe potuto fondarsi come oggetto a nell’omonimia del sibaritismo? L’atto contro-natura, nella narrativa classica, si esaurisce in una parola contro-linguaggio, come dice Barthes:”trasgredire è nominare fuori della divisione del lessico(fondamento della società, allo stesso titolo della divisione delle classi)”[iii]. Niusia che contenuto avrebbe? Non ha un legame affettivo, sociale, non è nella riconoscenza, nel rispetto; ci fosse stato, come in effetti pare che ci sia,  il libertino, che è sempre il narratore in qualunque forma, cosa avrebbe dovuto ignorare, quale rete dei legami nominativi e combinatori, per farsene un baffo, anzi per riconoscerla per meglio eseguire la sua operazione sintattica? Voglio che capiate questo: la Lucia di Piero Chiara è fatta per farsi “macchina del mullar”e quindi per essere tale ha sempre un fantasma di linguaggio, che è il colpo deflagratorio dell’iscrizione, la dissolutezza, il suo linguaggio è battuto, l’orgasmo termina la storia e lo sviluppo dal graduale al verbale del suo piacere: ha una frase da coniare per il paradigma della giovane che viene data in sposa, e difatti “Lucia Castaña se acuña”; è così si può rinvenire la pratica erotica che si incunea tra discorso e corpo, in maniera che operata questa spaccatura la scrittura sia il coño  tra Logos ed Eros, e sia possibile incastrarsi, pertanto, nell’erotica con il punzone del grammatico e nel linguaggio con il “cugno” del pornografo. Allo stesso modo, Chiara entra nel racconto dei promessi sposi di Manzoni: lo scambio, tra linguaggio e lussuria, o tra corpo e lingua?, non ha contratto alla base, o almeno sembra che non attenga alla storia da cui si sviluppa, viene effettuato con i fantasmi di linguaggio spagnolo: è tutta qui la transitività asimmetrico-simmetrica, alternata, di entre, sostituisce, disfa l’alternanza spazio-temporale del tra manzoniano[iv].
Niusia è una “macchina del mullar”[v] e ha anch’essa un fantasma di linguaggio, che è nel nome con cui si fa oggetto radicale ; l ’eccesso che c’è nel nome proprio [e può essere stato il caso che ha randomizzato l’oggetto a rendendolo così irredento, tale, avrebbe detto Barthes] è questa ottusa “turbolenza”  così dissipativa e densa, che è tra il silenzio e l’immobilità con cui paradossalmente rivela la non-oggettività del mondo, quel qualcosa che non sarà risolto dall’analisi né dalla somiglianza, Niusia  in quanto specchio crescente dell’illusione e delle forme è come se fosse il non-luogo, l’eterotopia, forse, di un doppio gioco, ecco perché , come il mondo in se stesso, non somiglia a niente e in quanto oggetto puro non è identificabile: è tornata, passa al mio meridiano, perché lei è l’oggetto a che ci vede, l’oggetto a che ci sogna, è il mondo che ci riflette, è il mondo che ci pensa. I romanzieri normali non l’ammetterebbero mai, perché sono come i fotografi quando sostengono che “tutta l’originalità risiede nella loro ispirazione, nella loro interpretazione fotografica del mondo. Il fatto è che fanno delle brutte e troppo belle foto, confondendo la loro visione soggettiva col miracolo riflesso dell’atto fotografico”[vi]: la magia di Niusia risiede nel fatto che è lei, in quanto oggetto a, a fare tutto il lavoro. Per questo, non le si può coniare un “pornogramma”, che, d’accordo con Barthes, “non è solo la traccia scritta di una pratica erotica e neppure il prodotto di un ritaglio di questa pratica, trattata come una grammatica di luoghi e di operazioni”[vii]; è irriducibile, sì, ma in quanto oggetto a di che cosa è il resto e in che rapporto di opposizione sarebbe con il fantasma che i vari attanti(chi sono?)avrebbero dovuto creare?



[i] Piero Chiara, I Promessi Sposi, Mondadori, Milano 1998.
[ii] V.S. Gaudio, La macchina del mullar e la sorpresa di vocabolario, in: Idem, Il Nome Proprio della Castagna, © 2007.
[iii] Roland Barthes, Sade II, in : Idem, Sade, Fourier, Loyola, trad.it. Einaudi, Torino 1977: pag.125.
[iv] Cfr. V.S. Gaudio, L’omonimia del sibaritismo spagnolo e la sorpresa di vocabolario ne “I Promessi Sposi” di Piero Chiara, in Romanzo e supplemento di realtà di Alessandro e V.S. Gaudio, lunarionuovo n.31, giugno 2010.
[v] E’ superfluo star qui a spiegarvi cosa possa essere il “mullar”(ma essendo apparso l’”asino”, l’avrete capito,no?,non può che essere la “pietra da mulino”), essendo stato definito in Aurélia Steiner2(© 2005) o, se  proprio volete sobbarcarvi un’altra fatica, in Shummulon vs Shumullar, la Stimmung-Shqip con il Samuel Beckett, di “Rockaby”( © 2006); sappiate, comunque, che quando c’è la “macchina de mullar”, perché funzioni e per questo sia stata ben oliata, “Il rapporto del soggetto con il significante necessita la strutturazione del desiderio nel fantasma, e il funzionamento del fantasma implica una sincope temporalmente definibile della funzione di a che, necessariamente, si cancella e scompare in questa fase del funzionamento fantasmatico”(Jacques Lacan ,Le palpebre di Buddha,in: Idem, Il seminario, Libro X, trad.it.Einaudi, Torino 2007: pag.236). Niusia è come l’angoscia e pertanto “deve essere definita come ciò che non inganna, precisamente in quanto le sfugge ogni oggetto”(Lacan,ivi). Non si può guardare Niusia come se fosse la statua che rappresenta la divinità femminile che si chiama  Kwan yin: la guardate la statua, vedete il suo viso, vedete l’espressione assolutamente stupefacente per il fatto che è impossibile leggervi se essa è tutta per voi o tutta rivolta all’interno”(Lacan, ibidem.pag.246); Lacan stesso ha esaminato bene il legno, si è informato e la soluzione gli è stata data:”la fessura degli occhi di questa statua è scomparsa nel corso dei secoli a causa del massaggio che le monache del convento(…)vi praticavano  più o meno quotidianamente”(Lacan,ibidem:pag.247). Niusia, per vederla, non sono necessari solo gli occhi, ma è pur vero  che basta l’occhio e uno specchio perché si produca un dispiegamento infinito di immagini che si riflettono a vicenda. E come non tutte le forme di Kwan non sono femminili, il “Mullar”,non dimentichiamolo, all’origine è di genere femminile. Cosa voglio dire? Voglio che vediate o sentiate che quando ridiscende dal Sinai, Niusia, non c’è il suono dello shofar, quindi quella che parla non è detto che sia la voce di Yahweh, ma quando la vedete, Niusia, che passa al vostro meridiano, ed è al suo doppio meridiano eterotopico, ciò che sentite è la rimembranza legata a quel suono, che è automatica e legata al ritorno, che è nel convoglio della batteria del significante, che dà il senso dell’interrogazione suscitata a partire dal luogo dell’Altro. La macchina del mullar è un po’ come lo shofar, ad esso si sostituisce, lustra il sentimento profondo di imbarazzo di fronte all’ esistenza con la sua funzione, ma è questo apparecchio che ci fa incontrare con il nostro cammino. Quell’oggetto a, vai a vedere, così passato nella “macchina del mullar”, è quello chiamato voce.
[vi] Jean Baudrillard, Perché l’illusione non si oppone alla realtà…, loc.cit.:pag.101.
[vii] Roland Barthes, Sade II, in: Idem,trad.it.cit.:pagg.145-146.
·

[Dalla Introduzione , di V.S.Gaudio, alla 2^ edizione- a 36 anni dalla prima-di Ignazio Apolloni, Niusia, edizioni Arianna Palermo 2012,  che potete leggere integralmente in  “Rivista di Studi Italiani”, anno XXX, n.1, Toronto giugno 2012]


Ignazio Apolloni, Niusia,
Edizioni Arianna Palermo 2012
L'introduzione, 
Niusia e l'insolubilità della letteratura
di V.S. Gaudio

giovedì 30 maggio 2013

Florence and the Machine • Cosmic Love

La voce  dell’ ”amore cosmico” è la mia macchina del mullar ?
by blue amorosi

Sarà che Florence ama il circo, le grasse risate, le buffonate, pur conservando quella sua aria elegante, quell’aria inglese che non si sa mai di che umore è o sarà fra un momento, né come prenderla.
E’ che appena la sentii cantare e la vidi, mi son detto, che dama tumultuosa, avrà idee che arrivano a frotte, fino all’emicrania, alla nevrastenia, fino all’esasperazione violenta e allora… la vedevo dentro queste scene di rabbia…e poi dentro quelle delle riconciliazioni squisite, da perdoni ottenuti con un sorriso o con quello sguardo pungente che aveva quel giorno, quel bel giorno, quando mi dichiarò chiaro e tondo che non voleva più vedermi, che poeta barboso che sei, ma vai a farti un giro alle giostre …e due giorni dopo venne a cercarmi, molto sorpresa della mia assenza, e mi parlò dei suoi ghiribiri.
“Si direbbe che tu sia andata tutta la vita a cavallo!”, questo, infine, le dissi. E lei si mise a ridere: “Va là, è stato solo l’altro giorno la prima volta che ho montato in sella. Ed è stata una cosa splendida!”
“Sai, mi ricordi un po’ Giovanna d’Arco…perché è la tua voce che io sento, che mi penetra dentro, mi fa venire voglia di piangere, mi fa male, mi innervosisce, e poi mi calma, e ho voglia di urlare. Mi piacerebbe vederti correre, o lanciare il giavellotto, anche andare a cavallo, anche perché hai un fantasma di linguaggio  che è nella voce( ma sarebbe corretto dire: nel nome, che già in quella Herkunft si capiva che voce che avresti  dovuto avere!) con cui si fa oggetto radicale, l’eccesso che c’è è questa densa e dissipativa “turbolenza” così ottusa, che è tra il silenzio, che un po’ fa l’arpa,  e l’urlo con cui paradossalmente riveli la non-oggettività del mondo, come se tu fossi il mondo in se stesso, non somigli a niente, e in quanto oggetto puro non sei identificabile, un po’ nel paradigma della donna inglese di cui dice Hitchcock, che, lo sai,no?, ci prendi insieme il taxi e finisce che passa al meridiano del poeta, così, questo sei, l’oggetto a  che mi vede, l’oggetto a che mi sogna, sei il mondo che mi riflette, il mondo che mi pensa, intanto che il taxi gira per la città sai che fa la dama di Hitchcock col poeta?, tu sei irriducibile, lustri il sentimento profondo di imbarazzo di fronte all’esistenza, uno strumento o la macchina del mullar  che, un po’ come lo shofar , ci fa incontrare con il nostro cammino.
Quell’oggetto a, che passa al meridiano anche se non prende il taxi col poeta, così passato nella macchina del mullar, è quello chiamato voce.
L’errore più grande che posso fare – le dissi- è credere che l’oggetto a chiamato voce sia in grado di salvarmi. Quando mi rivolgo a lei in uno stato di angoscia estrema, la imploro letteralmente di salvarmi, e la tua voce mi spinge ancora più a fondo. Un po’ come nella disperazione mi fece andare a fondo LaRoux, che fu allora che volevo pubblicare un libro, ma non ci sono riuscito perché non ho fatto che modificare il manoscritto talmente spesso che alla fine non è rimasto più nulla, solo la voce di LaRoux e adesso che non ho più voglia di scrivere e ho questo vuoto  al mio (-φ) la tua macchina del mullar fino a quando mi farà incontrare con il mio cammino? E, poi, mi lascerà cadere insieme al mio oggetto a dal meridiano, una volta che il desiderio ha avuto l’insufflata del gaudio…